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La seconda occasione di Mahamud

Nel gennaio 2006 un Mahmud Abbas, allora pimpante settantenne, appena scalata la piramide del controllo dell’Olp, era volato a Washington per spiegare a George “Dabliù” Bush, che non c’era bisogno di bombardare tutto il medio oriente. Bastava l’Iraq che i suoi bravi palestinesi, si erano subito convertiti alla democrazia e prima neppure sapevano cosa fosse. A quel punto sarebbe bastato un piccolo passo, indire le elezioni nei territori contesi di Gaza e Cisgiordania, perché lui adorato dal suo popolo come una leggenda, non si sa esattamente perché, Mahamud era principalmente un burocrate, appena vinto alla grande lo avrebbe guidato alla pace.

di Riccardo Bruno | 8 Novembre 2025

Nel gennaio 2006 un Mahmud Abbas, allora pimpante settantenne, appena scalata la piramide del controllo dell’Olp, era volato a Washington per spiegare a George “Dabliù” Bush, che non c’era bisogno di bombardare tutto il medio oriente. Bastava l’Iraq che i suoi bravi palestinesi, si erano subito convertiti alla democrazia e prima neppure sapevano cosa fosse. A quel punto sarebbe bastato un piccolo passo, indire le elezioni nei territori contesi di Gaza e Cisgiordania, perché lui adorato dal suo popolo come una leggenda, non si sa esattamente perché, Mahamud era principalmente un burocrate, appena vinto alla grande lo avrebbe guidato alla pace. Gorge Dabliù, quasi non riusciva a crederci. Aveva trovato finalmente un arabo convinto della sua strategia geniale per democratizzar l’universo mondo. Un po’ perplessa, il suo segretario di Stato. Condoleezza Rice, esperta di diritti civili nella città di Birmingham, non era proprio un Henry Kissinger, e avrebbe voluto sentire il parere di Sharon, appena entrato in coma. Israele era ora guidato da Ehud Olmert, un buon sindaco di Gerusalemme. Come si sa, vai a dare tutto il potere ai sindaci.

La cena fra Rice ed Olmert per sbrigare la faccenda si svolse a quattro occhi e come testimoni ci sono i soli camerieri. Condoleeza non vedeva l’ora di mollare la presa dopo lo scandalo di Abu Grahib e Olmert non ci capiva niente. Mahamud Abbas, Abu Mazen come veniva chiamato, ebbe via libera e partì subito con la campagna elettorale. Il dinamico Mahaumud, autoproclamatosi presidente palestinese, finalmente lo sarebbe stato di fatto. Il suo programma era strabiliante, prevedeva il riconoscimento e la collaborazione con Israele.

Condoleezza Rice ha ricordato quei giorni convulsi dicendo che in effetti il dipartimento di Stato statunitense, lei sapeva appena che quella organizzazione esistesse, aveva posto il problema della partecipazione al voto di Hamas, un gruppo terrorista a tutti gli effetti. Abu Mazen era però stato talmente convincente che il problema venne subito ritirato. Sono ragazzi, ci penso io, appena perderanno, a convincerli. Guardatemi! Cresciuto nell’odio per Israele, in una organizzazione che ne voleva la distruzione eppure nessuno più di me vuole fare un accordo per far prosperare il proprio popolo. Come non dagli ragione. Israeliani e americani, appunto. I gazawi non gliela diedero affatto. Il voto a Gaza travolse fatah e tempo una settimana, armati di RPJ, i miliziani di Hamas spazzarono via tutta la vecchia fazione di Arafat. Il bagno di sangue a Gaza venne commesso da Hamas sulla cittadinanza che voleva la pace e qui da noi non se ne accorse nessuno. Al Jaziira non dava informazioni. Gli inviati speciali dell’Onu, si facevano i fatti propri.

Vent’anni dopo quegli eventi Abu Mazen è tornato alla ribalta, tanto da spingersi non solo a New York, ma persino a Roma. Rispetto ad allora, quando era un giovanotto scapestrato di soli settant’anni, ha messo su saggezza. Lo dimostrano le parole dette al presidente del Consiglio italiano, bisogna disarmare Hamas. Durante la campagna elettorale del 2006 non ci aveva pensato. Dal che nasce una piccola questioncina, ovvero come si disarma una milizia di carogne sanguinarie, che per vent’anni hanno accumulato armi di ogni genere e si sono persino interrate costruendo bunker e postazioni difensive nella Striscia. E questo da solo sarebbe già un bel problema, soprattutto in Italia dove si ama l’umanismo cortese del Poliziano. Poi ce ne sarebbe anche un altro, ovvero chi è disposto a disarmarla Hamas. Non che Mahumud non voglia farlo. Solo che adesso il poveretto ha novant’anni.

Riccardo Bruno

(direttore “La Voce Repubblicana”)

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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