“Un detto israeliano afferma che quando il vento cambia puo’ spingere la nave a poppa o a prua, a me sembra che stia cominciando a spingere dalla parte giusta”. Era il 5 luglio del 2003”. Shimon Peres, a Firenze per ricevere il premio Galileo, mi accolse per una intervista, nella sua camera d’ albergo, poco lontano dalla Stazione di Santa Maria Novella.
Qualche ora prima l’ avevo incontrato a Pistoia, dove era stato invitato a parlare al Teatro Manzoni e dove un comune amico, Giancarlo Piperno, ci aveva presentato. Da qui il privilegio di quella intervista a quattrocchi, a Firenze, nella sua camera d’ albergo.
Cortese, amabile, curioso, semplice. Alla fine fu lui a rivolgermi una valanga di domande sulla situazione italiana ed europea, accontentandosi dei miei giudizi, ma comunque interessato e incalzante. Silvio Berlusconi aveva appena proposto un “piano Marshall” per il Medio Oriente, “al fine di combattere il terrorismo anche con l’ arma dello sviluppo economico”. Da vero democratico, rispettoso della volonta’ popolare, ovunque e per chiunque fosse espressa, non si lascio’ andare ad alcun giudizio sulla nostra politica e non lascio’ trasparire preferenze. Si limito’ ad ascoltare dopo aver parlato a lungo della situazione israeliana che lo aveva visto protagonista fin dal 1947, quando giovanissimo, entro’ a far parte della Haganah, l’esercito ebraico nato prima dello Stato di Israele.
“Se la Road Map fallisse – mi disse – sarebbe una catastrofe, ma sono ottimista. Mi sembra che a Israele si stia cominciando ad accettare di avere uno Stato Palestinese confinante, che i palestinesi si stiano dotando di un vero e proprio Stato e che stiano sempre piu’ comprendendo il valore della sicurezza”. Mi parlo’ di “imprescindibilita’ della lotta al terrorismo e non solo in Israele”. Peres, che pur nel 1975, non era riuscito ad impedire la nascita di due insediamenti israeliani, quelli di Elon Moreh e Kedumim, nei territori palestinesi occupati da Israele, mi disse che era altrettanto “imprescindibile lo stop da parte israeliana agli insediamenti nei territori occupati”. Era il 5 luglio del 2003. Sono passati 13 anni da allora ed il prossimo anno saranno cinquanta anni dalla fine della Guerra dei Sei Giorni. Peres ci ha lasciato. Ci restano le sue speranze e quelle di due popoli.
Grazia Carifi

Lascia un commento