
Colui che scrive, benché in stretto rapporto di parentela con Paolo Sandiford in quanto suo figlio primogenito, non può certo dire di condividere il credo politico del padre, definendosi “socialista liberale libertario” mentre Paolo era un liberale punto e basta, senza tanti aggettivi e fronzoli. In questo un po’ diverso persino da sua moglie Mirka Riservato, più affascinata, soprattutto a livello teorico, dal liberalismo rivoluzionario di Piero Gobetti. Paolo no, di fronte al concetto di “rivoluzione”, comunque declinato, manifestava sempre un certo sospetto e scetticismo.
Eppure, nonostante le differenze di sfumature, il liberalismo fu galeotto fra loro, come mi sono fatto riraccontare da mia madre Mirka durante il viaggio in auto dal cimitero di Livorno qualche giorno fa. E’ al Partito Liberale Italiano, a cui entrambi erano iscritti sin dai primi anni d’università, che infatti si sono conosciuti nel 1958. Ed è frequentandola Gioventùliberale che si sono innamorati fino al punto di sposarsi nel 1961. E Mirka ricorda ancora le doti oratorie, l’eloquio e la «bellissima voce» di Paolo quando faceva i suoi interventi o teneva una conferenza nell’ambito delle attività del PLI.
Il matrimonio e poi la nascita dei figli, nonché la condizione economica di partenza in cui si trovavano – per varie vicissitudini familiari, dopo un’infanzia di ben altro tenore – hanno fatto sì che le doti di Paolo finissero presto per essere messe al servizio esclusivo della professione di avvocato, sia penalista che civilista.
Ma questo non impedì a Paolo di continuare a rinnovare la tessera al PLI fino all’ultimo giorno di esistenza del suo partito. E in più occasioni elettorali, nel corso degli anni, benché sempre nella strana posizione del “candidato passivo”, vale a dire del tutto inattivo sul piano della propaganda, accettò con affetto di essere inserito nelle liste di quel partito, il suo partito.

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