La ricerca scientifica è un continuo e faticoso affinare metodi di indagine per conoscere la struttura del mondo che, peraltro, si presenta sempre più complessa e abbraccia sia il mondo materiale sia anche il vario complesso delle attività e comportamenti umani. Uno degli argomenti più affascinati a cui l’uomo si è dedicato è lo scoprire l’origine della vita. Per secoli si credeva che la vita nascesse dal non vivente, il verme dal fango, le mosche dalla carne putrida fino a che l’abate Lazzaro Spallanzani (per molto tempo la scienza e ricerca era anche in mano al clero), fondatore della biologia moderna e affossatore della teoria della forza vitale o forza vegetativa: la così detta generazione spontanea. Il sacerdote arrivò alla giusta conclusione dimostrando la necessità del contatto delle uova delle rane con il liquido spermatico. Erano gli anni in cui Darwin studiava l’evoluzione della specie e temeva che tale scoperta mettesse in in crisi le sue teorie evoluzioniste legate al “caso” non certo a Dio. L’agnosticismo di Darwin, tratto dalla sua opera, ebbe grande risonanza e influenzò la filosofia di H. Spenser. Gli stessi Marx ed Engels ripresero il concetto di lotta per l’esistenza, trasformata da loro in lotta di classe, di darwiniana memoria, un parallelo alla concezione socialista di materialismo storico (Il Manifesto, 1848; prima enciclica sociale: Rerum Novarum di Leone XIII, 1891). Marx definì Darwin colui che inferse a Dio un colpo mortale. Da qui con calma la Chiesa ripensò le proprie categorie dogmatiche per far divenire il “caso” degli gnostici spuri nuovamente Dio, il quale si serve della natura e dei suoi processi scientifici per magnificare la Sua grandezza. Fu Gregor Mendel, monaco agostiniano, studioso di moderna genetica e di caratteri ereditari a confutare la tesi materialistica di Darwin. Ma ormai la scienza aveva acquisito un’autonomia sua propria e ancora oggi assistiamo spesso alla inconciliabilità delle posizioni. Basti leggere il libro di Roberto Fondi e G. Sermonti, Dopo Darwin (1980) o le dichiarazioni dell’ oncologo Umberto Veronesi (1925 – 2016) nel 2010: << La religione impedisce di ragionare mentre la scienza vive nella ricerca della verità. Sono mondi lontani >> .
Anche in Italia le vere basi dell’ Unità nazionale furono gettate dai nove Congressi degli Scienziati Italiani tra il 1839 e il 1847. Pochi lo ricordano: anno dopo anno, migliaia di studiosi lungimiranti si radunarono a proprie spese in Pisa, Torino, Firenze, Padova, Lucca, Milano, Napoli, Genova e Venezia per progettare l’Italia. Benché sospettosi verso la libertà di pensiero e quindi la Scienza, i sovrani e i governi degli otto Stati nei quali il Paese all’epoca era diviso accolsero di volta in volta i congressisti con una certa compiaciuta solennità. Era impossibile proibire adunanze che introducevano in Italia modelli ormai trionfanti negli Stati più progrediti d’Europa, ove si discuteva liberamente di infrastrutture (ferrovie, trafori, strade, telegrafi…), istruzione, amministrazione della giustizia, sanità, agronomia, commercio, comunicazioni postali, innovazioni d’ogni genere e di lotta contro la criminalità, inclusa quella ammantata di “politica”.
Nutrita di antiche afferenze e alfiere di democrazia, modernità, progresso, si era già propagata, per la seconda volta dopo il Settecento, la massoneria napoleonica, con riservati incontri di persone e di culture nelle sue logge, che nuovamente si aprirono agli ebrei, conservatori pure loro, come i maestri muratori, di un’aurea remota e simbolica, e proiettati nel contempo al moderno divenire. Nei templi massonici gli adepti ebrei trovarono una risonanza del Tempio perduto e sempre ricordato di Salomone, insieme ad una promessa di libertà e democrazia conclamata dai Fratelli in America e in Francia. Si profilarono gli albori del Risorgimento, tra l’idea della nazione e il disegno dell’armonia universale, umana e cosmica.
Un contributo notevole al progresso, democrazia, elevazione culturale del popolo in Italia lo diedero la Letteratura, il Teatro; ricordiamo Francesco Domenico Guerrazzi con L’assedio di Firenze e Isabella Orsini, i quali dettero inizio al romanzo storico risorgimentale, Giovanni Battista Niccolini con la sua tragedia Arnaldo da Brescia che tanti “viva l’Italia” aveva fatto gridare nei teatri toscani e non solo, i poeti satirici come Giuseppe Giusti col suo Re travicello, Carlo Porta, Gioacchino Belli …e la stessa lettura di Dante “ a modo loro” come declinava il processo politico intentato a Giuseppe Mazzoni[1] e i suoi colleghi studenti di Pisa (1825) in cui furono compresi anche due sacerdoti i quali furono scoperti che complottavano contro Leopoldo II.
Nella battaglia per il progresso e nella laicizzazione del paese si iscrive anche il progetto del monumento a Giordano Bruno che nel 1877 il Comune di Roma non fece obiezioni alla collocazione della statua in Campo de’ Fiori, concedendo anche un modesto contributo. La giunta fu quella del sindaco Pietro Venturi, che conferì a Giuseppe Garibaldi la medaglia d’oro dei difensori di Roma nel 1849 [2]. Aveva preparato questo progetto il precedente sindaco, il massone Luigi Pianciani, ex garibaldino, deputato sui banchi della Sinistra fino dal 1865. Iniziato il 28 luglio 1867 nella loggia Universo di Firenze cofondata da Giuseppe Mazzoni, presto Gran maestro della massoneria, a cui si deve il nome, e dal generale garibaldino Ludovico Frapolli, nella quale confluirono gli esponenti di spicco della Democrazia: su diciannove Fratelli, alla sua fondazione, ben dodici erano deputati appartenenti alla così detta compagine Democratica. L’ onorevole Giuseppe Mazzoni, tessitore di uomini, riunì costoro nella famosa Sinistra Storica andata al Governo nel 1876 (rivoluzione parlamentare) con il Fratello Agostino Depretis primo ministro appartenente anch’esso alla loggia Universo di Firenze.
Una spinta notevole all’erezione del monumento in Campo dei Fiori a Roma lo dette il professore Antonio Labriola,assai noto per la sua attività scientifica e politica, massone, che incitò gli studenti della Sapienza a scendere in piazza a più riprese.
L’autore del monumento fu lo scultore Ettore Ferrari, in seguito Gran maestro della massoneria dal 15 febbraio 1896 al 25 novembre 1917, e sua l’ideazione non soltanto della posa del personaggio, ma anche l’ideazione del bassorilievo, il quale conteneva le effigi di coloro che furono immolati a causa del loro pensiero dalle varie intolleranti religioni: Sarpi, Campanella, Ramo, Vanini, Paleario,Serveto, Wyclif, Hus. Una statua che idealmente voleva denunciare le intolleranze e i crimini di tutte le chiese.
Ad un certo punto i Fratelli si accorsero di aver dimenticato il personaggio che maggiormente aveva messo in crisi la Chiesa cattolica costringendo ben tre papi – i quali si susseguirono per diciotto anni, epoca della durata del Concilio di Trento (1545 – 1563) – a sviluppare quella macchina da guerra che prese il none di Controriforma in opposizione alla Riforma di Martin Lutero (1483 – 1546). Ma ormai i bassorilievi erano completati, la fusione eseguita. Non rimase altro allo scultore, su sollecitazione dei Fratelli di aggiungere un ulteriore piccolo medaglione accanto a quello di Vannini.
Nessuno fece caso a questo particolare, soltanto in epoca attuale, nel 1991, lo storico Svedese Lars Berggren mise in evidenza quella che era stata semplicemente una dimenticanza dei Fratelli, i quali si guardarono bene, nonostante molti fossero a capo nel tempo di quotidiani di mettere in rilievo la disattenzione. Un segreto conservato per ben un secolo.
Anche le parole pensate per illustrare il martire furono scelte non dopo alcuni tentativi e ripensamenti andati a vuoto:
<< A Bruno, il secolo da lui divinato, qui, dove il rogo arse >> .
In quel “divinato” era contenuto lo slancio laico verso un futuro di progresso, di scienza, di civiltà, tanto amato dalla cultura laica e positivista dell’epoca, e retto soltanto dal libero pensiero senza più dogmi o roghi.
Guglielmo Adilardi
[1]G. Adilardi, Memorie di Giuseppe Mazzoni . Vol. I e II. Collana Storica Pacini Editore, Ospedaletto , Pisa,2008 /2016.
[2]Pietro Venturi avv. Già assessore sotto il sindaco Pianciani che lo sostituirà dal 1874 al 1877 lasciando immutata la volontà di concedere la piazza per il monumento a Giordano Bruno. Già nel 1848 la Repubblica Romana ne eresse uno prontamente abbattuto da Pio IX al rientro dall’esilio volontario di Gaeta.

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