Nei dieci anni trascorsi come capo del governo, ha sempre orientato le scelte del proprio esecutivo a favore della laicità e del riconoscimento dei diritti di tutti i cittadini. Questo senza fare mistero di avere una moglie cattolica praticante e quattro figli iscritti a scuole cattoliche.
In questi giorni, molto è stato scritto ed altrettanto è stato detto sulla presunta conversione di Tony Blair al cattolicesimo, conversione che tutti i media davano per certa in occasione dell’incontro fra Blair ed il Papa, dopo la conclusione del vertice europeo di Bruxelles. Di fatto, nulla di tutto ciò è finora accaduto, ma è interessante notare come la stampa inglese, a differenza di quella italiana, abbia seguito e commentato la vicenda, perché ciò testimonia la distanza che separa uno stato autenticamente liberale da uno che fa fatica persino ad essere democratico.
La regina d’Inghilterra, come è noto, è anche il capo della Chiesa Anglicana, mentre il Premier che è a capo del governo ha, fra le proprie prerogative, quella di suggerire le nomine dei vescovi. Un simile strettissimo intreccio fra potere temporale e potere spirituale produrrebbe nel nostro paese una situazione assolutamente ingestibile, come possiamo facilmente immaginare viste le ultime pesanti ingerenze esercitate dalla Chiesa in occasione del referendum sulla legge 40 e del ddl sui Dico. Nessuna espressione di laicità sarebbe più garantita, l’azione di governo diverrebbe di fatto confessionale, se il nostro capo dello stato rappresentasse anche la massima autorità ecclesiastica. Invece, in Inghilterra, la situazione è molto diversa e le decisioni del Parlamento sono totalmente svincolate dai pronunciamenti della Chiesa. Sono stati permessi la fecondazione artificiale anche eterologa, la ricerca sulle cellule staminali, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’adozione per le coppie gay, la tutela delle coppie conviventi, tanto per citare alcune delle voci che in Italia compongono il lungo elenco delle proibizioni volute dalla Chiesa e passivamente subite da governi di ogni colore, ma tutti incapaci di difendere il principio della laicità dello stato.
Nei dieci anni trascorsi come capo del governo, Tony Blair ha affrontato tutte le questioni che abbiamo sopra elencato, ed ha sempre orientato le scelte del proprio esecutivo a favore della laicità e del riconoscimento dei diritti di tutti i cittadini. Questo senza fare mistero di avere una moglie cattolica praticante e quattro figli iscritti a scuole cattoliche. Oggi, a poche ore dalla scadenza del suo mandato, il Premier Tony Blair, in procinto di tornare ad essere mister Tony Blair, sente di poter compiere scelte riguardanti la propria privata e personale sfera spirituale senza che queste condizionino il proprio ruolo di leader di un paese. E qui sta il punto: tutta la stampa inglese, persino quella sgangherata e ciabattona dei tabloids, riconosce e sottolinea questa distinzione fra pubblico e privato, e dimostra di ritenere che ciò che il Premier Blair ha fatto per dieci anni alla guida del paese è cosa altra e diversa da ciò che mister Tony Blair farà tornando a vita privata. In Italia, invece, negli ultimi due anni, ovvero dal referendum sulla legge 40, abbiamo assistito ad una impressionante escalation dei media pronti a sostenere la tesi di personaggi come Marcello Pera o Sandro Bondi – tanto per citarne due – che rifiutano categoricamente la distinzione fra ruolo pubblico e vita privata, fra necessità di governo e scelte spirituali. Nel nostro paese è in atto una campagna mediatica e culturale – pseudo tale, se ci è concesso dirlo – atta a dimostrare che un esponente politico, soprattutto se è al governo, non può e non deve assolutamente scindere la propria fede religiosa dalla propria azione politica, e quindi deve prontamente e, quel che è peggio, aprioristicamente negare il riconoscimento di ogni istanza sociale ritenuta sbagliata dalla Chiesa cattolica – chè le altre religioni, come è noto, non contano, non possedendo l’unica Verità possibile. Tanti, troppi esponenti politici di primissimo piano trovano quotidianamente spazi enormi per affermare ripetutamente che la fede religiosa non è una scelta privata da vivere pertanto privatamente, ma una scelta a tutto campo che deve condizionare ogni momento della vita di un buon cattolico e di conseguenza anche quella di un governo. Chi tenta di sostenere il contrario viene sistematicamente bollato come relativista laicista e dunque responsabile di ogni umana e politica degradazione, nonché pericoloso attentatore dell’identità di un paese che deve difendersi dalla minaccia islamica e dalla deriva razionalista. Inutile dire che un governo deve rispettare le esigenze di tutti i cittadini, e che se la libertà di culto è un principio per il quale noi per primi ci battiamo, è altrettanto vero che la laicità dello stato è l’unico presupposto in grado di garantire pari dignità a tutti. La voce dei Crociati è troppo più forte della nostra e sta producendo danni sempre più gravi, al punto di diventare irreparabili. Lo si evince, ad esempio, dal fatto che gli stessi media italiani che suonano la grancassa per la prossima conversione di Blair, evitano accuratamente di chiedersi come mai una simile decisione, certamente a lungo maturata e non avvenuta in un sol giorno, non abbia minimamente intaccato l’azione di governo del premier inglese. Ma è noto che simili scomode domande sono frutto di derive laiciste che, prima o poi, saranno direttamente bollate come infedeli – dunque, finchè ci sarà possibile, continueremo a farle, ma il tempo stringe ed il sonno della ragione, da queste parti, ci pare sempre più profondo.
Chiara Boriosi

Lascia un commento