Una rivoluzione pacifica, che vola alta sulle note delle dissacratorie canzoni delle Pussy Riot e di tanti altri gruppi rapper, come i Makulatura.

Arrestate con l’accusa di blasfemia, di disordine pubblico e teppismo e di fomentare con
premeditazione l’odio religioso, sono state sottoposte dal tribunale Khamovnichesky di Mosca a estenuanti interrogatori senza pause per mangiare, bere, dormire. Una vera tortura come hanno denunciato le donne!
Il procuratore ha chiesto per le “criminali” tre anni di reclusione.
Inizialmente ci si orientava per il massimo, sette anni, come sollecitava il potente patriarca Kirill.
La sentenza è prevista per il 17 agosto e vedremo se prevarrà il rispetto per la libertà di pensiero come chiede tutto il mondo democratico o l’arroganza del regime liberticida che vede a braccetto il neozar Putin ela Chiesaortodossa.
Una Chiesa revanscista che, in cambio delle sue unzioni e assoluzioni, chiede a Putin di essere il braccio armato del suo sogno teocratico. Una deriva antistorica, come con sempre più forza denunciano le forze democratiche del paese, sfidando poliziotti e cosacchi.
Di queste forze progressiste le Pussy Riot sono diventate l’emblema, perché come esse ben sanno, la rivoluzione passa prioritariamente attraverso la recisione di quegli atavici ruoli di subalternità sessista che il regime putiamo sta riportando in auge nella dicotomia di donne fattrici o da camera da letto (anzi “lettone”).
Percepite all’inizio come fenomeno stravagante per via dei loro coloratissimi passamontagna in maglia lavorata – usati non solo per non farsi identificare dalla polizia, ma simbolo dell’invisibilità a cui il riduzionismo omologante dell’era Putin vorrebbe imbrigliare – hanno riscosso via via sempre maggiori simpatie. Hanno fatto insomma creato consensi intorno a loro e fatto opinione.
In qualche modo sono state le sponsor di quell’anelito democratico e della cogente questione dell’irrinunciabilità dei diritti umani. Primo fra tutti la libertà di pensiero.
Una rivoluzione pacifica, che vola alta sulle note delle dissacratorie canzoni delle Pussy Riot e di tanti altri gruppi rapper, come i Makulatura, che il 6 agosto sera, nei giardini Bauman di Mosca, portavano solidarietà alle recluse femministe con una canzone intitolata “Il poliziotto del futuro”, che ridicolizzava Putin e chi lo vota con questo ritornello: «ho paura della libertà, non la voglio … meglio avere qualcuno che mi suggerisca per chi votare e come attraversare la strada…».
Zelanti poliziotti li hanno prontamente portati in commissariato, ma l’ordine di rilascio è arrivato in nottata. Troppi riflettori, anche internazionali, sulla repressione delle opposizioni.
Le Pussy Riot spopolano sui social network da tempo, e si sono moltiplicati gli appelli per la liberazione di quelle in carcere.
Straordinario il manifesto dei 100 artisti, che vede tra i primi sottoscrittori il cantautore Andrei Makarevich, fondatore del Mashina Vremeni, mitico primo gruppo rock russo. Ma il tam tam della mobilitazione vede altre prestigiose adesioni di star del calibro di Sting, Red Hot Chili Peppers, Franz Ferdinand, e Madonna. Quest’ultima in concerto a Mosca il 7 agosto sulla schiena nuda ha esibito una gigantesca scritta: Pussy Riot.
Il processo alle femministe, volàno della libertà per il popolo, si è trasformato in un boomerang per Putin.
L’eco internazionale della vicenda, deve averlo indotto qualche giorno addietro ad inviare ai giudici il paterno consiglio di condannare con la dovuta clemenza Nadezhda Tolokonnikova, Yekaterina Samutsevich e Maria Alyokhina: «Non c’è niente di buono in quanto hanno fatto, – ha detto Putin- però penso che non dovrebbero essere giudicate troppo severamente».
Una distanza cautelare dalla pressione del Patriarcato ortodosso, che nella Cattedrale del Cristo Salvatore l’8 febbraio aveva benedetto in pompa magna la sua candidatura2. Nella stessa cattedrale, il 21 febbraio irrompevano a sorpresa le Pussy Riot, che con la loro «Holy Mother, chase Putin out!» rompevano le uova nel paniere alla rinnovata Santa alleanza, ben consapevoli del valore politico della loro azione.
Una consapevolezza orgogliosamente rivendicata anche nel processo. Così nell’udienza del 6 agosto Maria Aliokhina ha parlato di «azione politicamente motivata» e «indirizzata contro le autorità e non certo contro i fedeli»; e Yekaterina Samutsevich ha precisato proprio come il loro gruppo musicale fosse nato per contrastare il rinnovo del mandato al neo zar e, in particolare, come con l’esibizione nella cattedrale del Cristo Re «si volesse denunciare il Patriarca che chiedeva ai fedeli di votare per Putin».
Sia il Patriarca che Putin forse speravano che mettendo in galera queste “ragazzacce”, tutto sarebbe stato messo a tacere. Ma così non è stato. Anzi esse continuano ad essere il lievito di una rivoluzione profonda.
Hanno sottovalutato che il gruppo è formato dalla miglior gioventù femminile, attenta e colta.
Molte delle Pussy Riot sono iscritte ai corsi universitari di filosofia, storia, letteratura, arte.
E probabilmente queste ragazze devono aver stupito anche i giudici! Senza dubbio lo ha fattola Nadezhda Tolokonnikova, che in occasione dell’interrogatorio del 6 agosto, ricorrendo anche al grande Dostoevskij, ha denunciato il pericolo di un ritorno all’Inquisizione.
Ma l’affondo più inconsueto, che deve aver lasciato basiti i giudici, c’è stato quando la ragazza ha fatto entrare nelle aule di tribunale la semiologia di Michail Bachtin e il senso profondo della cultura del carnevale che il linguista russo ha magistralmente delineato nei suoi saggi.
Ci hanno arrestato per l’esibizione in chiesa, per la preghiera anti Putin, ha detto la ragazza, ma non è forse avvenuta nel periodo di carnevale, quando «finanche la Chiesamedievale aveva dovuto riconoscere diritto di cittadinanza alla tradizione carnascialesca: grande voce popolare che ribaltava ruoli e poteri». Un discorso che probabilmente sarà stato recepito dai giudici come una dissimulazione, o una sorta di captatio benevolentiae. Come a dire: abbiamo scherzato! Era carnevale!
Ma il riferimento a Bachtin, è molto di più per la valenza politica di pubblico riconoscimento del popolo protagonista nella sua implacabile contestazione dei rapporti di potere predefiniti, con cui financhela Chiesamedievale aveva dovuto fare i conti. Un popolo che diviene protagonista e che – come Bakhtin spiega- entra in scena senza palcoscenico, perché questo è ovunque e in ogni luogo, è la vita stessa nella sua forza prorompente di anelito alla libertà che vive se stessa.
E non è quello che queste ragazze colte e intelligenti, armate di chitarre balalaika e banjo con le loro estemporanee performance all’entrata di licei e stazioni metro, ma anche da piattaforme, impalcature e autobus hanno fatto? Sono loro la rivoluzione che avanza. Potente sveglia della cultura dell’opposizione che smaschera il regime.
Chi ha orecchie per intendere intenda.
- Filmato: http://www.lettera43.it/video/42943/pussy-riot-contro-putin.htm
- 2 Cfr: Maria Mantello, Femministe rock all’attacco di Putin e della Chiesa ortodossa http://www.periodicoliberopensiero.it/news/news_20120311-pussy-riot-femministe-rock.htm

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