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La rivolta dei sani maledetti

I sani restano la stragrande maggioranza della popolazione la cui inattività materiale anellata all’iperattività virtuale, moltiplica il tragicomico chiacchiericcio a dimostrazione che non siamo in guerra ma in guerriglia.

di Giuseppe Mele | 26 Aprile 2020

Giustamente è stato detto che non siamo in guerra. La retorica degli eroi sul fronte, della trincea, della retroguardia, della battaglia non è giustificata, tantomeno quella del coraggio della birra sdraiata sul divano.  Si può essere ossessionati, spaventati, allertati, incitati dai media, per natura indotti ad alzareil climax ed ad abbassare le difese immunitarie mentre la vita quotidiana, per chi se lo può permettere si è fermata in uno standby del tempo. Non siamo in una grande guerra globale, restiamo nella solita guerrilla delle accuse reciproche adattate ad i nuovi pericoli sanitari dove come al solito non fanno testo i dati di fatto ma le narrazioni di ciascuno. Lucchettati nelle case e nei comuni, anche in quelli microscopici, praticamente agli arresti domiciliari con i cellulari a fare da braccialetti elettronici, gli italiani attendevano da remoto al tragico evolversi dell’odissea. Il coronavirus si era appropriato neutralmente di tutto lo spazio, di tutto il tempo, di tutta l’informazione ed il chiacchiericcio. Sembrava non ci fosse spazio per altro.  

Invece no. Ci sono dei richiami della foresta che sopravvivono anche nel rauco stringersi delle fauci soffocate, dei riflessi pavloniani che muovono incessantemente le ginocchia del morituro. Le avvisaglie sono venute dall’informazione massiva, seconda solo alle news sanitarie, su estinzioni e scioglimento dei ghiacciai, accoppiati stranamente all’epidemia, come conseguenze della globalizzazione. Sono state trovate note positive nella sospensione della corsa dei tori di Pamplona, dei voli aerei, nello stop dell’automotive e nel crollo del prezzo del petrolio. Qualcuno ha provato a dare la colpa del virus alla mafia che sta diventando prestatore di ultima istanza, qualcun altro all’evasione fiscale rea di aver minato la sanità. Gli stessi subito dopo hanno colpevolizzato l’eccessivo utilizzo di ospedali mentre tornava in auge per le centinaia di consulenti governativi lo scudo penale già abbandonato sull’acciaio dimenticato. Si è santificata la rete Internet grazie alla quale l’umanità resta in contatto e parallelamente maledetto le frequenze, in particolare le nuove e più veloci del 5g, come colpevoli dell’epidemia. Ferma restando l’ininterrotta guerra tra gli operatori con contenti di quella che viene fatta loro dalle istituzioni.

I sani restano la stragrande maggioranza della popolazione la cui inattività materiale anellata all’iperattività virtuale, moltiplica il tragicomico chiacchiericcio a dimostrazione che non siamo in guerra ma in guerriglia. Ancora il 20 marzo, in mezzo all’epidemia, si è alzato un coro a difesa di un incartamento giudiziario ormai roso dalla polvere. Si tratta del caso Ilaria Alpi più operatore, uccisi a raffiche di kalashnikov vicino l’ambasciata italiana in Somalia 26 anni fa. Un caso che anche la nostra magistratura, notoriamente accanita, ha provato inutilmente a chiudere già 13 anni fa; i magistrati titolari Ceniccola e Pignatone, tre volte tra ’17 e quest’anno volevano chiudere un incartamento che aveva condannato e poi assolto tra ’98 e ‘16, un somalocon tanto di €3 milioni di risarcimento ed abbracci della famiglia Alpi. Prima il gip Cersosimo poi Fanelli 2 volte hanno rispedito le carte rimandando al 6 aprile la decisione finale di cui però non si ha notizia. Certo, ci vogliono nervi d’acciaio per chiudere, sotto il tiro dei padroni del giornalismo che hanno a disposizione l’ipercassazione tv della potente Sciarelli, fatta cavaliere da Cossiga.

Per chiuderla forse ci vorrebbe la beatificazione per Ilaria che a sinistra è già una santa. Sono noti gli elementi a favore; l’epoca dei fatti, il ’94, acme della giustizia togata e proletaria, raccontato allora dalla Rai3 di Guglielmi, di Mannoni, allora servant di Santoro, di Fazio, di Quelli che, di Lerner su Milano, Italia e con tante giornaliste iene che allora non cinguettavano come oggi. Il luogo dei fatti, la Somalia, che in quanto già dominion socialista nella lottizzazione degli aiuti alla cooperazione, si prefigurava come inevitabile coacervo di schifezze, dal traffico d’armi ai carichi illegali di rifiuti tossici e radioattivi; dalle flotte cariche di schiavi alle colluse missioni umanitarie, ai sospetti eserciti dell’Onu fino a lambire mafia ed i soliti pezzi dello Stato deviato. Non solo, allora quel lembo di Africa Orientale dava la palese soddisfazionedi raccontareun nuovo Vietnam americano, l’inferno della clintoniana Restore Hope, celebre per i posti di blocco degli elicotteri a dieci metri da terra alla modica cifra di $ 5 milioni al giorno.

Gli eroi al posto giusto non si preoccupavano tanto degli autoctoni che fino ai giorni nostri hanno continuato a vivere tra signori della guerra, pirati, jhadisti e terroristi dopo il collasso dell’ultimo regime stabile paracoloniale. Cercavano tesoretti, da trovare, in caso di reportage sui pinguini, anche sotto gli igloo; quella era la mission data alla massa di giovani leve di Paese sera, Unità e similia. La borsista Rai romana, accompagnata dall’operatore triestino faceva tutte le domande utili ad indagini alla Woodcock e De Magistris ma le risposte divertite dei somali, on line tutt’oggi, appaiono tragicomiche. I due non erano al posto giusto e rimasero uccisi come occidentali. Invece partì la grancassa del giornalisticidio, quella che ha ingrossato in 75 anni i 6 giornalisti uccisi all’estero (soprattutto in Bosnia e Somalia), con 10 quasi giornalisti; ed i 6 morti (di cui 5 per terrorismo rosso e mafia) in Italia con altri 7. Il giornalisticidio femminicida poi si illuminò di sinistricidio per il link alla morte dell’ex Lotta Continua Rostagno, anch’egli martire del golpismo mafioso.

Epoca, fatti, eroi e eccidi vari arrivarono alla prelibata pietanza del processo internazionale con tanto di ambasciatore trasformato in Montalbano e gran lezione sul pentitismo per i paesi in via di sviluppo. Era nata una leggenda alla ricerca infinita del terzo livello, neo Graal politico giudiziario, in cui, come sui santini, si trasfiguravano anche i volti dei protagonisti. Per esempio, il telecameramen Hrovatin ebbe l’onore del nome; diversamente dall’operatore Palmisano, ucciso sempre in Somalia, che lavorava per la giornalista Lasorella, una Vespa in gonnella, che non poteva accendere i ceri del mito dell’anticorruzione; come non avrebbe potuto Calipari, lo 007 immolatosi per la giornalista Sgrena.

I sani possono anche impazzire se internati troppo a lungo e possono anche rivoltarsi poiché ora non possono sfuggire alle farneticazioni retoriche di tanti potenti. Costoro non credono 25 annisufficienti per stabilire una verità giudiziaria; magari ne vogliono 30 mentre i sani vorrebbero che i processi non venissero fatti in tv. Ci sono già targhe, commemorazioni, scuole dedicate ad Ilaria (ma non a Miran, però) per l’antica gioia dei familiari venuti meno tra ‘08 e ’18. Le lodi sottintendono il legame con i Pinelli, i Giuliani ed i Regeni, in una trama che però non esiste ed è pura superstizione. Beatifichiamola al di là dei suoi meriti, data la superpotenza Rai e non ne parliamo più. E’ giusto rispettare il credo di qualunque comunità, di vertice o meno. Senza abusare però della pazienza dei più, al momento sotto la campana di media disinformativi. O sarà la rivolta dei sani maledetti.

Giuseppe Mele

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, battaglia, de magistris, disposizione, giovani, globalizzazione, grande guerra, italia, magistratura, massa, milano, missioni, natura, notizia, processo, rai, regime, rifiuti, sanità, sviluppo

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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