
Guardatela. Guardatela bene mentre avanza tra gli specchi e i velluti di Palazzo Reale, avvolta in un abito nero e una camicia bianca impeccabile. Si muove con quel passo deciso che vorrebbe imporre al mondo, ma che stasera calpesta soltanto il tappeto rosso della Milano Fashion Week. Mentre a New York i grandi della Terra si accapigliano nel Palazzo di Vetro, tra le macerie di un pianeta che brucia e le minacce di conflitti globali, la nostra Presidente del Consiglio ha scelto la sua trincea. Una sfilata di moda. Una cena di gala tra i signori del lusso.
Dicono che sia venuta per difendere il Made in Italy, per gridare che «il governo c’è» in un momento difficile per l’industria tessile. Una giustificazione pietosa, un paravento di parole per nascondere una gigantesca, cosmica ritirata. Perché a New York, all’Assemblea Generale dell’ONU, si curano le ferite del mondo, si parla di vita e di morte, di libertà e di tirannia. Lì l’Italia avrebbe dovuto far sentire la propria voce. Invece, il palcoscenico globale viene disertato per non mancare all’appuntamento con gli stilisti, i flash dei fotografi, le tartine e il conformismo dorato della borghesia milanese.
Ma il punto non è il protocollo diplomatico violato, né il gioco sterile della polemica politica. Il punto è il coraggio. Il coraggio di guardare in faccia le tragedie del nostro tempo anziché rifugiarsi nell’effimero calore di una passerella.
Una vera leader non cerca l’applauso comodo dei salotti buoni mentre il mondo è in fiamme. Va a New York, sale su quella tribuna scomoda, guarda negli occhi i potenti e i dittatori, e dice ciò che pensa, senza paura. Scegliere Milano all’ONU non è pragmatismo economico: è la tragica rinuncia a essere grandi, preferendo l’eleganza di un abito firmato alla dignità della Storia.
Giuseppe Basilico

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