
Tra le richieste avanzate dall’Iran durante i colloqui emerge un dettaglio che vale più di molte dichiarazioni ufficiali: Teheran pretende che un eventuale accordo comprenda anche la cessazione delle operazioni contro Hezbollah in Libano da parte di Israele. Se Hezbollah fosse realmente un soggetto autonomo, l’Iran non avrebbe alcun titolo per trattare il destino di una nazione terza.. Il solo fatto che lo faccia costituisce una sorta di ammissione politica del rapporto di dipendenza che lega il movimento libanese ai Pasdaran.
È un particolare che molti osservatori sembrano ignorare ma che, in realtà, racconta una verità evidente. Se la leadership iraniana ritiene di poter negoziare il comportamento di Hezbollah, significa che Hezbollah non agisce come una forza indipendente. Significa che esiste una catena di comando politica, finanziaria e militare che collega direttamente Beirut a Teheran.
Da oltre quarant’anni la Repubblica Islamica ha costruito una rete di organizzazioni armate che rappresentano il vero strumento della sua proiezione strategica nella regione. Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, le milizie sciite in Iraq e gli Houthi nello Yemen non sono semplici alleati. Sono tasselli di un sistema che consente all’Iran di esercitare pressione militare e politica ben oltre i propri confini, verso tutta l’ ala islamica sunnita e su tutti Israele.
Il Libano occupa una posizione centrale in questo schema. Hezbollah è stato finanziato, armato, addestrato e sostenuto dai Pasdaran per decenni. Missili, tecnologia, intelligence, formazione dei quadri e dottrina operativa portano tutti alla stessa origine. Per questo motivo la richiesta iraniana assume un significato che va ben oltre la diplomazia del momento.
Teheran non sta chiedendo soltanto una tregua. Sta rivendicando implicitamente la propria autorità su uno dei principali attori militari del Medio Oriente. E così facendo conferma esattamente ciò che Israele sostiene da anni.
Per molto tempo una parte dell’opinione pubblica occidentale ha descritto i vari conflitti regionali come episodi separati, scollegati tra loro. Da una parte Gaza, dall’altra il Libano, altrove lo Yemen o l’Iraq. La realtà che emerge dalle stesse richieste iraniane racconta invece una storia completamente diversa. Tutti questi fronti fanno parte di una medesima architettura strategica costruita e coordinata dalla Repubblica Islamica.
È qui che Benjamin Netanyahu, piaccia o meno, vede confermate molte delle proprie argomentazioni. Da anni il premier israeliano sostiene che Israele non stia affrontando singole organizzazioni isolate, ma una rete regionale sostenuta, finanziata e diretta dall’Iran. Se oggi Teheran pretende di negoziare il futuro di Hezbollah, è la stessa leadership iraniana a confermare questa interpretazione.
Per questo motivo le accuse che descrivono il conflitto esclusivamente attraverso la parola “genocidio” risultano sempre meno convincenti sul piano geopolitico. Una definizione del genere presuppone un contesto completamente diverso da quello che emerge osservando la struttura dei rapporti tra Iran, Pasdaran e organizzazioni armate regionali.
Netanyahu può essere criticato per molte scelte politiche e militari. Tuttavia sul punto centrale della questione appare difficile negare l’evidenza. L’Iran sta dimostrando con le proprie azioni che Hezbollah non è un soggetto indipendente e che esiste effettivamente una rete di proxy utilizzata da Teheran per esercitare la propria influenza nel Levante.
Paradossalmente, quindi, la prova più forte a favore della tesi israeliana non arriva da Gerusalemme ma da Teheran. Ogni volta che l’Iran parla a nome di Hezbollah, ne rivendica la protezione o pretende di includerlo nei negoziati internazionali, conferma ciò che Netanyahu sostiene da anni: Israele non sta combattendo contro una serie di avversari scollegati tra loro, ma contro un sistema regionale costruito dai Pasdaran.
E se è l’Iran stesso a riconoscere implicitamente questa realtà, allora bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che, almeno su questo aspetto fondamentale, Netanyahu ha ragione.
Piero Terracina

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