
L’Occidente ha costruito nei secoli la distinzione fra Stato e religione, riconoscendo la laicità come fondamento della libertà. Ebraismo e cristianesimo hanno imparato a separare Cesare da Dio, ma l’Islam non ha mai accettato questo principio: per sua natura la legge di Allah coincide con la legge civile, e la religione diventa anche politica, conquista, dominio.
Il Corano non celebra il pluralismo, lo nega. I suoi versetti parlano chiaro:
“Combatteteli finché non ci sia più idolatria e la religione sia tutta per Allah” (Sura 8:39).
“Uccidete gli associatori ovunque li troviate; catturateli, assediateli e tendete loro ogni agguato” (Sura 9:5).
“Combattete la gente del Libro che non crede in Allah e nel Giorno ultimo […] finché non versino umilmente il tributo e siano soggiogati” (Sura 9:29).
“Allah ha mandato il Suo Messaggero con la guida e la religione della verità per farla prevalere su ogni altra religione” (Sura 61:9).
Qui non c’è il riconoscimento della diversità come diritto, ma la sua percezione come debolezza. Un avversario che non si rispetta, ma si conquista. E se non con la spada, allora con l’arma più silenziosa e inesorabile: l’espansione demografica.
E noi, invece di difenderci, arretriamo. A Roma, città ecumenica per eccellenza, il luogo di culto più grande e posto sul punto più alto non è una chiesa ma la moschea di Forte Antenne. È il simbolo evidente della resa culturale dell’Occidente. E se qualcuno pensa che San Pietro non possa un giorno fare la stessa fine di Santa Sofia a Istanbul, trasformata in moschea, sbaglia di grosso: la storia insegna che quando si confonde la laicità con la resa, l’avversario avanza.
Intanto dall’interno ci stiamo demolendo da soli: il pensiero unico woke, travestito da progresso, sta scardinando le basi della religiosità laica e del pluralismo giuridico, sostituendoli con un’ideologia fragile e intollerante che non tollera dissenso. Un vuoto che l’Islam non percepisce come progresso, ma come occasione. E in questo vuoto basta aspettare, perché la conquista arriverà senza combattere.
Marco d’Aviano lo aveva capito già nel 1683, quando di fronte all’assedio ottomano di Vienna richiamò l’Europa all’unità spirituale. La sua voce oggi è più attuale che mai: la libertà non si regala, e chi scambia la resa per pluralismo scopre troppo tardi di aver perso tutto.
Piero Terracina
NOTE A MARGINE: Marco d’Aviano, nato Carlo Domenico Cristofori (Villotta di Aviano, 17 novembre 1631 – Vienna, 13 agosto 1699), è stato un francescano e presbitero italiano dell’Ordine dei frati minori cappuccini, venerato come beato dalla Chiesa cattolica.
Nel 1683 papa Innocenzo XI affidò a Marco un incarico diplomatico molto delicato: ricreare la Lega Santa delle nazioni cristiane. L’espansione dell’Impero ottomano procedeva in Europa senza freni: in quell’anno i turchi prendevano Belgrado. Vienna, dal canto suo, non aveva mai potenziato il suo confine orientale, che restava pericolosamente sguarnito. I turchi, dopo aver invaso l’Ungheria, avanzarono verso Vienna proprio da oriente.
Padre Marco, nel frattempo, era riuscito nella missione di coalizzare le potenze cristiane, superando i dissidi esistenti al loro interno. Le sue perorazioni e le sue amicizie con i potenti avevano indotto i regni di Spagna, Portogallo e Polonia e le Repubbliche di Firenze, Genova e Venezia a inviare aiuti e cospicui contingenti militari.
Il frate cappuccino non poté invece fare nulla presso la corte francese: Luigi XIV, che pure si vantava del titolo di “Re cristianissimo”, si tenne alla larga dall’alleanza, anzi cercò di farla fallire nella speranza che la probabile sconfitta dell’Austria ad opera dei Turchi potesse accrescere il prestigio della Francia in Europa. Nonostante ciò molti francesi si armarono e raggiunsero Vienna come volontari.
L’unico sovrano ad aderire in persona fu il re di Polonia, Giovanni III Sobieski. Marco racconta di aver faticato non poco a convincerlo data la rivalità, e antipatia personale, esistente tra Giovanni e Leopoldo d’Asburgo.
Giovanni si mosse verso Vienna alla testa della cavalleria polacca. Non era ancora stato scelto il comandante supremo dell’esercito cristiano. Per lignaggio, sarebbe spettato all’imperatore. Ma questo avrebbe significato la defezione di Giovanni. Padre Marco, compiendo un vero capolavoro diplomatico, convinse Leopoldo a rimanere fuori dalla scena. In linea gerarchica, il comando dell’esercito dell’imperatore spettava al duca Carlo V di Lorena, che era un devoto di padre Marco. Per cui fu facile persuaderlo ad accettare di sottoporsi agli ordini del re di Polonia.
L’assedio di Vienna era cominciato il 14 luglio 1683. L’8 settembre le armate cristiane erano pronte a ingaggiare battaglia con i turchi. Padre Marco celebrò la messa nel campo allestito sul Kahlenberg (Monte Calvo), la collina che sovrasta Vienna. Al suo fianco sull’altare erano Giovanni III e Carlo di Lorena. Terminato il rito, il frate tenne uno dei suoi più fervidi sermoni in quel misto di italiano, latino e tedesco, caratteristico delle sue prediche[1].
La battaglia si svolse l’11 e il 12 settembre e si concluse con la vittoria della Lega Santa e la ritirata dell’esercito turco.

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