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La prosa dei fatti dopo la poesia delle promesse

Già 10 giorni dopo il voto, UE e BCE vareranno provvedimenti restrittivi sui prestiti in difficoltà. Li chiamano “pilastri” e saranno di cemento, questa volta.

di Beppe Facchetti | 26 Febbraio 2018

In questa vigilia elettorale, gli operai dell’Embraco e di altre 160 aziende in crisi (capofila Alitalia ed Ilva) vedono solo la concretezza di una delocalizzazione multinazionale oltretutto sgarbata (“gentaglia” ha detto Calenda) o il tormento di un rimpallo formale pugliese che ferma alla frontiera i miliardi che possono riequilibrare lavoro e ambiente a Taranto. Certo non guardano i programmi elettorali dei tre poli che si contendono l’improbabile vittoria del 4 marzo.

Chi li ha letti in modo analitico (cioè qualche esperto, come Cottarelli e Perotti, ma – è lecito sospettare – non i capi partito che li propongono), ha misurato almeno 400 miliardi di promesse da movimentare, tra tagli di tasse, redditi garantiti, regalie varie, pensioni a 1000 euro, assistenze non meglio precisate “alle mamme”.

In un’azienda o in una famiglia normali, sarebbero oneri da escludere per non appesantire un bilancio, o da sommare al debito, che arriverà a 2300 miliardi proprio il 4 marzo. Come ricorda l’Istituto Bruno Leoni negli enormi tabelloni della stazione Centrale di Milano: +4469 euro al secondo. Il tempo di un ritardo del treno di 10 minuti (poco, per tanti pendolari) ed è già cresciuto di oltre 2,6 milioni!

Ma in questo caso no. Quasi miracolosamente, anziché crescere, il debito previsto diminuisce, senza neppure ricorrere alle privatizzazioni: per Forza Italia, 30 punti in 5 anni, per i 5Stelle – che non amano farsi superare da nessuno – addirittura 40.

Il Pd si ferma a 30 ma si impegna a farlo in tempi doppi: 10 anni. E’ il partito che le spara meno grosse, sarà per questo che è indietro nei sondaggi.

Il totale complessivo fa circa 1000 miliardi, in un Paese che ha un Pil di molto meno di 2000….

Per cercare di far tornare i conti, e non basta, occorre prevedere un boom da Italia del dopoguerra, quella di De Gasperi ed Einaudi. Si punta tutto sulla crescita del Pil nominale, e si va dal 2,5/5% di Forza Italia al 4,7% della Lega, al 4,3% di Leu al micragnoso 3,5% del solito PD prudente. Tutte cifre che l’Italia non vede da decenni, così come l’inflazione ipotizzata a più del 2%.

Qualche dettaglio fa impressione. Ad esempio la gara tra reddito di cittadinanza 5Stelle e reddito di dignità Forza Italia. Secondo lavoce.info entrambi valgono 29 miliardi, e rispettivamente da 15 a 26/45 miliardi secondo i proponenti. Coperture? Immaginazione al potere.

Qualcuno annuncia queste rivoluzioni per il 5 marzo mattina, altri ammettono che prima bisogna procurarsi risorse o con condoni indecorosi o cancellando una jungla di agevolazioni o provvidenze già in atto. Ve lo immaginate, toccare – in cambio di garanzie future incerte – agevolazioni sulla casa, detrazioni per figli e disabili, riduzioni di tasse, casse integrazioni, benefici settoriali e geografici? Li chiamano tax expenditures, così non si capisce di cosa si parla. Il tutto per iniziativa di un Governo che se tutto va bene avrà qualche votarello di vantaggio, magari frutto di trasmigrazioni “responsabili”.

E’ difficile pensare che gli italiani si appassionino a queste percentuali e questi numeri tanto fantasiosi. Contano di più alcune idee generali che tutta questa fiera dei sogni lascia sottintendere.  Al Sud forse piacerà la filosofia assistenziale del reddito di cittadinanza, ma un premio Nobel liberista ricordava che “nessun pasto è gratis” e le risorse per procurarselo possono produrre diseguaglianze ancor più insopportabili, tra chi lavora e chi respinge tre volte una proposta, e alla quarta scende in piazza a chiedere proroghe. O tra chi ha versato contributi per avere 1000 euro di pensione e chi non li ha versati ma pretende il mantenimento degli impegni. Bella la flat tax, ma per qualcuno vale spiccioli, per altri è un bel taglio.

Forse, di tutta questa giostra farà giustizia proprio il voto, che non consegnerà vincitori, farà decadere i programmi ma rischierà di interrompere un percorso di ripresa. Già 10 giorni dopo il voto, UE e BCE vareranno provvedimenti restrittivi sui prestiti in difficoltà. Li chiamano “pilastri” e saranno di cemento, questa volta. Poco più tardi, mentre cercheremo una maggioranza, da Bruxelles arriverà il richiamo sulla chiusura dei conti 2017.  Poco dopo, si riproporrà la questione dell’aumento automatico dell’IVA. E infine, all’orizzonte, già si vedono i rubinetti da chiudere a Francoforte sull’acquisto di titoli pubblici.

Insomma, dopo la poesia delle promesse, arriverà presto la prosa dei fatti. Cerchiamo di non farci male da soli.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, bce, bruxelles, conti, crisi, de gasperi, euro, francoforte, governo, impressione, italia, lavoro, lega, milano, pd, pensione, pensioni, poesia, premio nobel, privatizzazioni, provvedimenti, tagli, tasse, treno

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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