
Scrivevo qualche tempo fa che a furia di parlarne la guerra sarebbe diventata un linguaggio abituale, come andare a fare la spesa. Oggi non è più un’ipotesi: il termine è ovunque, virale, normalizzato. Ogni conflitto, ogni scontro, ogni diverbio è raccontato come una battaglia. Abbiamo sostituito il confronto con la distruzione, la parola con la violenza. È un linguaggio che ha contagiato tutti, soprattutto i più giovani. Per molti adolescenti la guerra è diventata una forma di sfida, di rissa, di sopraffazione. Un modo per sentirsi forti. E se la guerra è ormai linguaggio quotidiano, poteva la politica restarne immune? Ovviamente no. Per inseguire voti e visibilità i politici hanno deciso di adeguarsi. Il primo a dare l’esempio è stato Trump: sbruffone, prepotente, e – per usare un termine di un tempo – maleducato. Se lui può farlo e arrivare due volte alla Casa Bianca perché non dovrebbero farlo anche gli altri? Così il dibattito politico si è trasformato in uno spettacolo rumoroso e autoreferenziale. I leader parlano per ore curati nei minimi dettagli, più da estetisti che da consiglieri. Tutto è immagine, niente sostanza. Eppure non molto tempo fa la politica era un’altra cosa. I padri e i nonni di questi protagonisti facevano campagna elettorale casa per casa, negozio per negozio, con la schiscetta in tasca e la voglia di spiegare le proprie ragioni, assumendosi la responsabilità delle proprie parole. Oggi anche davanti all’evidenza si nega tutto. Una frase registrata? Il giornalista ha capito male. Un’intervista scomoda? Meglio non rilasciarla. Tanto c’è la Rete dove si può parlare senza contraddittorio, senza ascoltare chi vive la precarietà, chi muore sul lavoro, chi non arriva a fine mese. E non parliamo di casi isolati. Non sono persone che si lanciano dal quinto piano “per provare l’ebbrezza del volo”: sono lavoratori che muoiono per sopravvivere. Centinaia solo quest’anno. Cosa c’è che non va? È la domanda che un politico dovrebbe porsi. Dovrebbe chiederlo ai lavoratori, ai malati in fila davanti ai pronto soccorso, a chi non trova più un medico che risponda al telefono. Mentre il cittadino aspetta, il sistema si spegne. E il dolore – anche quello più banale, come un mal di pancia che potrebbe diventare una peritonite – resta sospeso in attesa di un aiuto che non arriva. Questa è la guerra che i politici dovrebbero combattere. Non quella contro l’avversario, scavando nell’intimità della sua vita privata in vista delle elezioni. Intanto tornano vecchi nomi e vecchie inchieste. Cuffaro, già condannato e tornato in politica, è di nuovo sotto inchiesta per corruzione. Se le accuse saranno provate, tornerà in carcere. Ma la domanda resta: perché tornare, perché infangare ancora una volta un’istituzione già fragile? Noi cittadini se non paghiamo la bolletta del gas ce la staccano e nessuno ci fa credito. Loro invece continuano come se nulla fosse. Ora si sono contagiati anche con il virus della guerra. E noi elettori? Restiamo col dubbio se andare a votare e, se lo facciamo, a cosa serva davvero. Perché i candidati sono già scelti e chiunque vinca i giochi già fatti. La politica un tempo era un onore. Oggi è soltanto un affare.
Angelo Santoro

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