L’immane incredibile tragedia di Genova è stata accompagnata subito dopo da molti “noi l’avevamo detto”, “noi l’avevamo scritto”, “noi l’avevamo previsto”. Lo dicono tecnici, politici, semplici cittadini. Ci sta. Vivere accanto a un ponte, abitare in una casa che ha il balcone sul viadotto ti porta ad essere fratello sorella, cugino di quel manufatto e verificarne l’evoluzione ogni giorno. Quasi come un parente aggiunto. Anche così si spiega l’attaccamento del popolo genovese a quel ponte.
Il disastro di Genova ha anche fatto scattare una generale, spesso motivata a volte no, paura dei ponti. L’altro giorno in autostrada ho visto chiaramente un collega alla guida che guardava con circospezione un cavalcavia sotto il quale stava per passare. E’ normale che adesso ci sia la sindrome da viadotto.
Ed è giusto che si faccia subito il censimento dei ponti e dello stato dei ponti, una carta d’identità e di consumo che doveva essere fatta da anni da decenni. Abbiamo capito in queste drammatiche giornate che un ponte anche locale anche periferico è sempre una questione di Stato, anche se è gestito da una concessionaria, anche se è gestito da un ente diverso. La sicurezza di un ponte è questione pubblica anche s gestito da privati. Ovviamente. Noi, di questo di questo spazio giornalistico, parliamo di traffico e viabilità, buche e strade da molti anni. E proprio un anno fa in occasione della chiusura del ponte sul Po per rischio crollo tra Casalmaggiore e Colorno uscivano dalla penna, o meglio dalla tastiera del computer, frasi di ineluttabile allarmante attualità. Era il settembre 17. Eccole.
Chiudono un ponte per rischio crollo. Decisione impeccabile, direi augurabile e necessaria. Prima che travi e piloni crollino su automobilisti o pedoni di passaggio. E’ già capitato, anche di recente. Chiudono il ponte e non sanno quando lo riapriranno perché non ci sono i soldi per rifare i piloni. Ogni pilone da rifare costa , si calcola, 150 mila euro. Accade tra Colorno e Casalmaggiore, ponte strategico sul Po che collega Parma a Cremona.
Da quasi un mese migliaia, decine di migliaia di uomini, donne, ragazzi, ragazze, rappresentanti, viaggiatori, studenti e pendolari vari per andare a scuola, al lavoro, a trovare la nonna, la fidanzata per andare a fare la spesa devono fare decine di chilometri e lunghe peripezie stradali.
Brutta storia, strana realtà. Ci hanno insegnato che tra i diritti fondamentali c’è quello alla mobilità, pensavamo che con tutte le diavolerie ultramoderne, dalle tecnologie cosiddette avveniristiche alle scoperte di nuovi materiali in fatto si resistenza e leggerezza avessimo in qualche modo risolto il nodo di ponti e viadotti, di piloni e campate. E invece all’alba dello scadere del primo Ventennio del nuovo Millennio scopriamo che i ponti sono un nostro punto debole, scopriamo che cadono al passare di un tir che si spezzano come un grissino. O che crollano. E’ accaduto in Lombardia, è accaduto nelle Marche. Anche se per cause diverse.
Qui tra Colorno e Casalmaggiore l’hanno fortunatamente chiuso totalmente prima che potesse accadere qualcosa di brutto ed irreparabile. Ma il dramma è che irreparabile sembra essere il ponte perché non ci sono, vogliamo metterla al condizionale per speranza, non ci sarebbero i soldi.
Domanda della nonna: ma dove sono finiti i soldi che dovrebbero servire alla viabilità, agli interventi ordinari e straordinari sulla viabilità, a tenere i ponti in equilibrio e si spera sui piloni, dove sono finiti i fondi per la manutenzione e il rifacimento dei manti stradali? Domande legittime, risposte auspicabili.
Ma l’allarme dicono alcuni tecnici si allarga a molti altri ponti sul Po che collegano Emilia e Lombardia perché sarebbero vecchi e verso la malora, una parola – quest’ultima- che ci conforta. Verrebbe da dire che un ponte sul Po non è questione che riguardi due paeselli sulle sponde del Grande Fiume guareschiano, ma un problema di viabilità nazionale, una questione che riguarda non solo due province o due Regioni ma lo Stato in quanto Stato. Ebbene sì lo Stato è fatto anche di ponti, da costruire e da conservare.
Possiamo immaginare grandi avveniristici ponti ma dobbiamo metterci in testa, in zucca direbbe Guareschi, che sarebbe bello controllare e conservare al massimo della sicurezza e praticabilità i ponti che ci sono, i ponti costruiti nel secolo scorso che in molti casi hanno sostituito i punti in barche. Bisogna mettersi in testa che ci sono delle priorità e delle ineluttabilità: tra queste sicuramente c’è la viabilità. Per spostarsi non basta un wifi
Fabrizio Binacchi

I soldi sono stati spesi in salari rubati.
Tutti in ufficio a non fare un tubo.
Interventi sul territorio, quasi zero.
E’ la medesima storia dei consorzi obbligatori, come il consorzio Reno.
Ma per le strade ordinarie non c’era il BOLLO AUTO, con supplementi regionali?