
Israele–Italia si è giocata a Debrecen: casa in esilio per ragioni di sicurezza. Non è più un’eccezione, è diventata abitudine. Ed è il segno di una normalità smarrita.
Sugli spalti, pochi ma rumorosi, fischi e schiene voltate durante l’inno israeliano. Non è protesta, è cattiva educazione. Un inno dura un minuto e chiede il minimo sindacale: alzarsi, ascoltare, concedere rispetto. Se crolla questo, tutto il resto poggia sulla sabbia.
La contraddizione è lampante: in campo una nazionale dove circa un terzo dei giocatori è arabo, convivenza reale nello spogliatoio; fuori, qualcuno rifiuta perfino il gesto più semplice. Il calcio offre una grammatica civile, e noi la sbagliamo proprio sul primo rigo.
Il punto è educativo prima che politico. In tribuna ci sono bambini che imparano dai grandi. Prima il rispetto, poi la rivalità. Spostare le partite non è prudenza: è la resa della normalità.
E basterebbe poco per rimettere a fuoco: un minuto di ascolto, poi novanta di agonismo pulito. Fischiare è facile. Vincere con classe è un’altra categoria.
Piero Terracina

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