
Il ringraziamento agli eroi della patria in lotta contro il nazismo di eri e di oggi. Pochi minuti di false rievocazioni e paradossali analogie bastano al presidente della Federazione Russa per disegnare un passato storicamente irriconoscibile ed esibirlo come una sorta di testimone che passa dalle mani degli eroi antichi a quelle degli eroi contemporanei della guerra patriottica. Combattuta oggi in Ucraina contro una NATO aggressiva e fiancheggiatrice di nemici irriducibili. Ma la vittoria è lì che aspetta di essere sancita: Putin se ne dice certo. Però non dice quando. E soprattutto: dove sono le armi?
Nella parata della vittoria mancano le armi. In compenso marciano i battaglioni tra i quali si segnalano per enfasi e convinzione i reparti della Corea del Nord, la sanguinaria dittatura oggi seconda solo al regime iraniano. Ma le armi? Non è possibile che manchino perché ancora nell’immaginario dei popoli rendono un esercito ciò che è. D’accordo, Putin ha temuto l’attacco dei droni ucraini e le ha tenute al riparo, ma come si fa a parlare di vittoria se oltre ai soldati da mandare al fronte, mancano anche le armi? Eccole, sono in video, mostrate su uno schermo. L’effetto è anche più efficace che vederle sfilare. Così lontane contribuiscono all’epopea e realizzano il sogno di ogni dittatura militare: la perfetta identificazione di popolo ed esercito. La lontana presenza delle immagini deve favorire la compenetrazione del popolo con il mito della nazione russa proprio quando esso è falsificato dalla propaganda militarista. Eppure la propaganda non ce la fa a bucare lo schermo. La rappresentazione dell’epos è sormontata da una coltre di depressione che si posa sulla Piazza Rossa, percepibile come una specie di nebbia, rotta per un attimo solo dalle inquadrature della telecamera sul total black degli occhiali da sole che celano i volti di qualche dittatore in piedi accanto a Vladimir Putin. E come può essere altrimenti se non si è potuto impedire che il responsabile di ogni male della Russia, Volodimir Zelensky presidente dell’Ucraina, salutasse l’epica commemorazione con un beffardo decreto che la autorizzava, dichiarando la Piazza Rossa temporaneamente chiusa agli attacchi ucraini? E come potrebbe essere più ottimista, persino nel lutto, se le “operazioni speciali” in Ucraina sono da 4 anni arenate in una estenuante guerra di logoramento che uccide migliaia di giovani russi ogni giorno, malgrado il protagonismo dei droni, e se quelle “operazioni speciali” si mostrano così poco eroiche nell’omicidio dei civili ucraini che muoiono sotto i vigliacchi bombardamenti delle loro abitazioni? E come potrebbe, se in poco più di un anno la Russia putiniana ha perduto la sua storica influenza su Siria, Venezuela, Libano, Iraq, Libia e Iran, e la sta perdendo in queste settimane nel Sahel, nonostante gli sforzi dell’amico Trump di rimetterla in gioco? E come potrebbe, se l’economia del Paese è nelle mani della Cina?
Pochi i leader alla Parata della Vittoria. Manca Xi Jinping, mancano tutti i rappresentanti delle democrazie europee e del mondo -c’è solo lo slovacco Fico-. Intimidito e mesto si conclude questo 81° anniversario della vittoria sovietica nella “Grande Guerra Patriottica”.
Claudio Rocco

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