Purtroppo, quando non si hanno quattrini e non ci si può permettere un avvocato di grido, si è perdenti in partenza.
Il dibattito sul funzionamento della giustizia nel nostro Paese non ha né capo e né coda. Si continua a discutere sul sesso degli angeli, con dissertazioni che non approdano a nulla. Si parla di riforme, ma non c’è niente che si possa salvare dell’attuale situazione. Il sistema è marcio; non è solo l’ordinamento giudiziario che è andato fuori binario. Il potere legislativo ha il torto di sfornare leggi disorganiche, senza un riordinamento complessivo (l’Italia ha 100.000 leggi contro le 5.000 della Germania). Si pensi che nel campo penale, è ancora in vigore il codice Rocco varato negli anni ’30 (anche se riveduto e corretto), in pieno regime fascista. La magistratura, con i suoi cerimoniali (vedi le “toghe” di giudici e avvocati, e gli anacronistici ermellini indossati nelle grandi occasioni) è un qualcosa fuori del tempo. Ma questi sono solo gli aspetti esteriori. E che dire dei rituali, della mancanza di rispetto dei cittadini e del loro tempo. Quando si entra in un Tribunale, si varca la soglia di un “mondo senza tempo”. E’ capitato anche al sottoscritto di essere processato come direttore, convocato alla 9.30 del mattino e di essere entrato in aula alle 13.30, mentre c’era ancora un detenuto dietro le sbarre in attesa della sentenza del giudice, che si era ritirato per redarla. C’è il problema di chi ci giudica, ma non è di meno conto quello di chi ci difende. Purtroppo, quando non si hanno quattrini e non ci si può permettere un avvocato di grido, si è perdenti in partenza.
Conseguentemente, quella che dovrebbe essere la giustizia è una non giustizia; non si vince la causa perché si ha ragione, ma solo se si hanno buoni avvocati. Si assiste talvolta alla scena in cui “i non professionisti” di turno, come quelli che abbiamo conosciuto, anziché sedere accanto al proprio cliente e confortarlo, vanno verso l’avversario, il cosiddetto principe del foro a fare l’ossequio. In buona sostanza, in Tribunale, senza che noi ci accorgiamo possiamo essere oggetto di compravendita, attraverso atti di desistenza concordati prima del processo da chi è pagato da noi per difenderci. Il cittadino non viene difeso a dovere; e per contro la controparte se ne avvantaggia e vince la causa. Un discorso a parte merita il ridicolo istituto dell’avvocato d’ufficio. Se vi presentate in Tribunale senza avvocato, voi non vi potete difendere da soli (è vietato) e lo Stato ve ne dà uno. Ma sarebbe meglio non averlo, perché non fa assolutamente nulla. Il vostro avvocato rinuncia all’incarico che voi gli avete dato a suo tempo, senza neppure avvertirvi, nel momento in cui si apre l’udienza. Viene nominato l’avvocato d’ufficio che non apre bocca, e voi vi trovate condannato senza neppure saperlo. E allora viene in mente quel drammatico e interessante film di Nanni Loi, di una quarantina d’anni fa, dell’arrestato che non sa perché è stato arrestato e pronuncia la seguente frase: “come è possibile che possiate fare quello che fate”. Una storia finta che assomiglia a quella di Enzo Tortora (vera). Come è possibile che un avvocato rinunci all’incarico senza avvertire il cliente, e che il giudice nomini un avvocato d’ufficio che non chiede neppure un rinvio per incontrare e conoscere l’imputato? Come è possibile che esistano simili storture; come è possibile che accada tutto questo? Noi siamo gandiani; contrari ad ogni tipo di violenza, compresa quella verbale. Ma l’interrogativo che fare? Di fronte alla situazione dello Stato italiano (che non fa o modifica le leggi) e la magistratura che non si ribella di fronte alle quotidiane ingiustizie che vengono commesse tutti i giorni in nome dello Stato, lo sconcerto è grande. Che fare? Anzitutto non rassegnarsi e protestare gandianamente. Magari non andando a votare, come fa la maggior parte degli italiani. Usiamo questo metodo non violento del non voto, per prendere le distanze dalle ingiustizie. Facciamo in modo che la protesta, contro tutti i poteri dello Stato si elevi alta.

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