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La Menorah: il candelabro ebraico a sette luci

Da sempre, il Candelabro a sette luci è il simbolo dei più importanti cicli vitali sulla terra: dalla nascita alla crescita, dalla maturità al declino.

di Silvio Nascimben | 7 Febbraio 2016
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Non v’è arredo nel Tempio Massonico più magico, e ricco di significati esoterici, del Candelabro a sette luci che la Tradizione ebraica chiama Menorah, e che appartenenti ad altre tradizioni diverse indicano col nome di Eptàchiro.

Da sempre, il Candelabro a sette luci è il simbolo dei più importanti cicli vitali sulla terra: dalla nascita alla crescita, dalla maturità al declino. Uomini, animali e piante, legati preminentemente al ciclo lunare, percorrono unitamente alla Luna nel cielo, il percorso infinito di nascita e morte.

Il ciclo lunare si compone di quattro fasi, ed ogni fase dura all’incirca sette giorni. Anche nei geroglifici Egizi era presente il numero sette, simboleggiato da una sfera: espressione di totalità ed unità.

Sempre nel rispetto simbolico della sfera intesa come unità, attorno al Candelabro a sette luci si riunivano anticamente  i Saggi. Essi, appartati ed in perfetta solitudine, lontani dalle passioni profane e dalle rivalità che scatenavano come belve uomini contro uomini, si riunivano per costruire le virtù segrete necessarie a ristabilire le giuste regole di rettitudine e giustizia per l’Umanità. La meditazione quotidiana e la purezza dei loro pensieri fecero di questi Saggi i Grandi Iniziati, artefici delle massime espressioni filosofiche e di conoscenza del passato.

Secondo la tradizione ebraica, la Menorah fu fatta costruire da Mosè dietro ordine di Geova: era d’oro e finemente lavorata, tanto che quando era accesa la sua luce ardeva come sette fiori sboccianti. La Menorah, ciò nonostante, non era il simbolo di Dio, ma della fede che grazie alla coesione dei credenti può brillare in eterno. A tale riguardo, nella Bibbia – libro dei profeti – l’Eterno spiega a Zaccaria che gli aveva chiesto spiegazioni sul candelabro, che le sette luci rappresentavano gli occhi del Signore onnipresenti sulla terra.

Il numero sette è spesso ricorrente nella Bibbia: nella Genesi, sette furono i giorni della Creazione; nell’Apocalisse, sette i grandi Arcangeli e sette le chiese di quel tempo (Efeso, Smirne, Sarsi, Tiati, Pergamo, Filadelfia e Maodicea); nello stesso capitolo si parla di sette angeli, delle sette trombe, delle sette coppe ricolme dell’ira di Dio, delle sette piaghe, dei sette suggelli del libro chiuso; della bestia trionfante dalle sette teste…

Il numero sette della Menorah lo ritroviamo anche nell’Indusmo. Secondo la Baghavad Gita, il sacro libro dell’Induismo, sette furono i Veda dell’India illuminati dal “fuoco sacro”, simbolo del focolare domestico e della famiglia. Tutto ciò, in verità, è molto simile a quanto viene affermato nel Nuovo Testamento, laddóve si parla delle sette virtù, dei sette sacramenti, i sette doni dello “spirito santo”, i sette campioni della cristianità, i sette vizi capitali, le sette opere di misericordia spirituale, le sette opere di misericordia corporale.

Anche nel “Libro dei morti” sette furono i geni della visione di Ermete, l’autore di una serie di scritti che risalgono alla tarda età ellenica (II e III secolo d.C.).

Nello Zend-Avesta, il sacro libro dei Persiani, il Candelabro a sette luci sta ad indicare che sette furono gli “ansaspendes“, i sette diffusori di verità dei Parsi, ultimi rappresentanti dell’antica Comunità Zoroastriana iranica. Essi, infatti, furono costretti a lasciare il Paese, rifugiandosi in India, dopo lo sbarco degli Arabi (anno 716) e la conseguente islamizzazione della Persia.

Anche nella religione islamica il numero sette è ricorrente. Per l’Islam, il Mondo è retto da sette colonne che poggiano sulle spalle di un gigante, sostenuto da un’aquila posata su una balena che naviga nel mare dell’eternità.

La sapienza greca, che riteneva il platonismo la massima espressione della bellezza, indicava nei sette sapienti e nelle sette meraviglie del Mondo la perfetta armonia tra pensiero ed azione. Interessante è soffermarsi su come furono rappresentati i  “sette Saggi“:

  • Cleubolo, che con una bilancia retta dalla mano invita ad essere giusto;
  • Pittaco, con un ramo d’olivo in mano, ed un dito sulle labbra, simboleggiava il “taci, e se devi parlare porta pace e non odio“;
  • Solone, con un teschio in mano invita a riflettere sulla morte che incombe;
  • Pariandro, dall’espressione calma e rassegnata invita a tener lontana l’ira;
  • Talete, simboleggiante la “sapienza infinita“;
  • Chilone, con uno specchio in mano invita alla conoscenza di sé stesso;
  • Biante, che sollevando un uccello in gabbia, induce a riflettere sul valore della libertà.

Da quei Templi di meditazione e sapienza, successivamente, quando l’Umanità sembrava ormai sprofondata nelle tenebre più fitte, sorsero i Grandi Iniziati come Krisna (l’organizzatore del bramanesimo), Amos (il liberatore dell’Egitto dopo 900 anni di dominazione degli Hicsos), Mosé (modellatore di energie e risvegliatore delle anime), Orfeo (il cantore del Verbo-Luce), Pitagora (il mistico dell’amore e della libertà), Platone (assertore della bontà come eredità iniziale, continuazione e cultura della vita), Cristo (portatore di grazia e carità per rinfrancare gli uomini dalla schiavitù, dal dolore, dallo spavento, dall’ignoranza e dall’odio).

Sette sono i Cieli del sistema Tolemaico, che sosteneva la concezione geocentrica con la Terra di forma sferica, immobile al centro dell’Universo.

Tornando alla Menorah ebraica, nella stessa Kabbala l’uomo è strutturalmente triplice (materia, anima e spirito) ma settemplice nell’evoluzione, cioè:

  • capacità vegetativa, nascita e sviluppo del corpo;
  • capacità nutritiva, mantenimento del corpo;
  • capacità sensitiva, contatti sensoriali col mondo fenomenico;
  • capacità intellettiva, riflessioni e sintesi;
  • capacità sociale, rapporti con i suoi simili;
  • capacità naturale, rapporti con la natura;
  • capacità divina, armonizzare la vita con la realtà di Dio.

L’uomo dei nostri giorni ahimè non s’accorge che il consumismo e la dilagante ignoranza del nostro passato di Luce non c’inducono, se non raramente, ad alzare lo sguardo al cielo, a godere con gli occhi dell’anima del meraviglioso scintillio di quei corpi celesti che da lassù hanno seguito, seguono e seguiranno nel silenzio più completo il cammino dell’Umanità.

Se solo lo facessimo più spesso, ci accorgeremmo che l’Orsa Maggiore, con le sue sette stelle, è ancora lassù ad indicarci il giusto orientamento… E poi, quando finita la burrasca nel cielo compare l’arcobaleno, quei sette colori che lo compongono, non sono un inno alla speranza: un ponte simbolico tra Cielo e Terra quasi a ricordarci quell’alleanza antica tra la sfera celeste del Divino e noi mortali?

Silvio Nascimben

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: anni, capitali, espressione, india, mare, menorah, mondo, natura, religione, speranza, sviluppo

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