
ll filosofo Nicola Abbagnano annotava con estrema acutezza che – come direbbe Giorgio de Santillana in relazione alla concezione del “fato antico e fato moderno” (cfr. edizione Adelphi) – il “processo” (in ordine al cosmo greco che Platone chiamava “la macchina del tempo”) “ripetuto più volte conduce alla formazione dell’intero universo, col quale perciò, come Aristotele riferisce (Met., XII, 7, 1072b, 28), la perfezione non è al principio, ma al termine”.
Ecco allora che, in siffatto modo, appare la ragione definitiva di una discontinuità <cultu(r)ale> tra un passato “oscuro” e un futuro “radioso”, che guiderebbe l’essere tutto intero verso il proprio naturale compimento e perfezionamento.
Una teoria, e quindi nient’altro che una teoria, che tuttavia tende a obliare la memoria dell'<inizio>. Inizio che, viceversa, cime l’araba fenice, continuamente riappare sotto la coltre della cenere che occulta ma non cancella il passato. Quello stesso inizio in cui, dice pur sempre Aristotele, i nostri progenitori delle più remote età sapevano – secondo la <tradizione> – che tutte le cose provenissero da ciò che (apeiron) gli antichi chiamavano <materia> e oggi invece i moderni chiamiamo piuttosto <energia>.
Ed è pertanto questa la nostra memoria dell'<inizio>. A differenza di un futuro che, ciò nonostante, leghiamo a un <processo> in divenire.
“Allora di via resta soltanto una parola che <è>” (Parmenide).
Angelo Giubileo

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