
C’è un giorno, una volta l’anno, in cui tutto diventa semplice. Gli ebrei diventano innocui, accettabili, possibilmente morti. L’Occidente si commuove, si assolve, si sente dalla parte giusta. È un giorno utile più a chi ricorda che a chi è ricordato. Il giorno dopo, però, torna la vita vera. E nella vita vera gli ebrei tornano a essere un problema. La mia memoria non è simbolica. Non è alta. Non è universale. È concreta, familiare, persino banale. I miei nonni sono scappati dalla Romania negli anni Cinquanta. Non durante la Shoah, non mentre i treni partivano. Dopo. Quando ufficialmente tutto era finito. Quando si diceva che il peggio era alle spalle. Sono scappati perché avevano capito che, per gli ebrei, il dopo non arriva mai davvero. Non c’erano pogrom in corso, non c’erano campi. C’era un’aria che si richiudeva. C’era il comunismo che prometteva uguaglianza e distribuiva sospetto. C’era l’idea, sempre la stessa, che gli ebrei fossero un corpo estraneo, tollerato ma mai davvero voluto. Sono scappati non per ideologia, ma per istinto. Per restare vivi a lungo termine. Mio padre si è salvato durante la guerra dei Sei Giorni. Anche questo oggi viene trattato come un dettaglio da rielaborare, un evento da problematizzare. Ma per chi c’era non c’era nulla da discutere: c’era solo la possibilità concreta di essere cancellati. Israele, allora, non era un’idea politica. Era l’unico posto rimasto. Nel Giorno della Memoria si parla sempre dei morti. I morti sono comodi: non contraddicono, non disturbano, non chiedono coerenza. I vivi invece sì. Eppure oggi esistono ebrei rapiti. Persone vere, con nomi, famiglie, abitudini. Tenuti sottoterra, umiliati, usati come leva politica. Intorno, un rumore di fondo fatto di distinguo, di analisi, di spiegazioni. Come se l’orrore, per essere condannato, dovesse prima essere giustificato al contrario. Il 7 ottobre non è stato un corto circuito della storia. È stato un ritorno all’essenziale. Ha mostrato quanto poco basti perché l’odio riemerga, purché cambi vocabolario. Oggi non serve più dire “ebrei”. Basta dire “Israele”. Basta dire che non è antisemitismo, è qualcos’altro. Non lo è. Quando si nega a un solo popolo il diritto di esistere, non si sta facendo critica politica. Si sta scegliendo un bersaglio. Quando si tollera la violenza purché sia ben argomentata, non si è complessi: si è vigliacchi. Si parla di memoria come se fosse finita nel 1945. Ma la memoria ebraica è continuata a essere cancellata anche dopo, anche lontano dall’Europa. In Iran, in Iraq, in Yemen. Comunità svuotate senza bisogno di campi di sterminio, solo con abbastanza pressione e abbastanza silenzio. Oggi l’Iran grida nelle piazze la distruzione di Israele e molti fanno finta di non sentire. Perché ascoltare davvero costringerebbe a rinunciare a una narrazione comoda. La memoria, quella vera, non è una cerimonia. È un disagio permanente. È sapere che per gli ebrei non esiste mai un vero dopo. Solo un prima che ritorna. Il Giorno della Memoria non serve a sentirsi migliori. Serve a capire da che parte si sta quando smette di essere facile.
Nico Kir

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