
Mi è presa la briga di andare a spulciare i numeri ufficiali dell’ONU sulla presunta carestia di Gaza, quella che in tv viene imputata a Israele a colpi di slogan. I dati, messi in fila senza trucco, sono imbarazzanti per chi campa di narrazione e poco di realtà. Questi dati sono accessibili a tutti, basta digitare su Google “UN2720”.
Da quando l’ONU ha acceso il suo registro operativo delle consegne interne, dal 19 maggio 2025, la storia cambia tono. Nel giro di dodici giorni, tra il 19 e il 31 maggio, sono partiti verso Gaza 330 camion di aiuti e ne sono arrivati a destinazione 118. A giugno i camion partiti sono 1.090, quelli effettivamente consegnati appena 47. A luglio, più o meno 590 partiti e un’ottantina abbondante arrivati. Nei primi cinque giorni di agosto, oltre 590 partiti e poco più di una trentina consegnati. Totale del periodo 19 maggio–5 agosto: 2.604 camion partiti contro 295 realmente arrivati ai punti civili di destinazione. Una media che fa circa trentatré partenze al giorno e neanche quattro consegne complete, con un tasso di consegna intorno all’undici per cento. Il resto evapora nell’ultimo miglio.
Qui sta il nodo che i talk show saltano a piè pari. Il collo di bottiglia non è il cancello d’ingresso, è la strada dentro. I convogli vengono bloccati, predati, smontati a pezzi lungo le rotte interne. Una quota enorme degli aiuti che non arrivano a destinazione viene intercettata e rubata da Hamas e dalla sua costellazione di affiliati, che poi rivendono gli stessi beni alla popolazione sul mercato nero. Farina, riso, acqua, medicinali. Tutto ricaricato con margini da strozzini mentre la gente fa la fila, perché chi ha preso il controllo del territorio non ha alcun interesse a far funzionare un sistema regolare di distribuzione che non passi dalle sue mani.
Questa è la fotografia operativa, non l’epica delle prime serate. È doveroso dire chiaramente che parlare di “carestia causata da Israele” senza distinguere tra ingresso degli aiuti e consegna finale è un trucco retorico che sposta colpe e lava coscienze. Se guardi i numeri, l’imbuto vero è l’ultimo tratto, quello dove contano scorte, polizia, garanzie di sicurezza e una catena logistica non ostaggio di milizie e racket. Lì il pane diventa merce, la fame diventa business e la propaganda si fa cassa.
Non servono superlativi. Basta la matematica. Decine di migliaia di camion entrati dall’inizio della guerra, ma quando misuri il tragitto che conta, quello fino a magazzini, ospedali, mense, la resa crolla e la differenza finisce in mano a chi traffica. Eppure il coro occidentale continua a dirottare l’opinione pubblica su un racconto unilaterale, dove tutto è semplice e tutto ha un solo colpevole. Peccato che i numeri non siano d’accordo.
Se vogliamo davvero aiutare i civili, la strada non è l’ennesima colata di indignazione prefabbricata. È mettere sotto tutela l’ultimo miglio, proteggere i convogli, spezzare il mercato nero e togliere a Hamas il potere di far pagare la fame due volte, prima rubando e poi rivendendo. Solo così i camion smetteranno di sparire e torneranno a essere quello che devono essere: aiuti, non affari.
Piero Terracina

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