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LA LIBERTÀ, SECONDO BENEDETTO CROCE

Secondo Croce, la libertà non è una “categoria” dello spirito. Precede ogni possibile categoria, perché senza libertà lo spirito umano non potrebbe esprimersi e svilupparsi, in nessun ambito di attività. Di Livio Ghersi

di Livio Ghersi | 16 Febbraio 2009

Piero Ostellino non ama Benedetto Croce. I gusti sono gusti. Così, anche quando si occupa di altro, di Luciano Violante, del comunismo, della tragedia delle foibe, non può fare a meno di scrivere: «Sono convinto — a differenza di Benedetto Croce, il liberale della libertà come “categoria dello spirito” — che la libertà sia una “categoria della realtà”, una concezione empirica, storica, della convivenza politica» (Corriere della Sera, 13 febbraio 2009, pagina 1).
Ovviamente, a me dei gusti di Ostellino interessa poco. Mi interessa, invece, dei tanti italiani i quali, magari non avendo grandi conoscenze in materia di filosofia, leggono un editoriale nel più diffuso quotidiano italiano e ne traggono la conclusione che il povero Croce fosse poco più di un imbecille. Figuriamoci: “categoria dello spirito”, e giù risate.
Come maestro di liberalismo, Ostellino viene preso molto sul serio anche da altri liberali a denominazione di origine controllata. Così, nel sito della Federazione dei Liberali, si legge a commento: «Molto giustamente Ostellino si distingue da Croce nel sostenere la tesi, che da tempo è anche la nostra, secondo cui la libertà è una concezione empirica della convivenza politica. Allora però bisogna andare oltre la filosofia crociana » …, eccetera. “Empirico”, “empirismo”, sono termini che piacciono, fanno tanto cultura anglosassone. E stiamo attenti perché il leader della Federazione dei Liberali ha la scomunica facile. Ti può colpire da un momento all’altro facendo rilevare il tuo grave errore in fatto di liberalismo, perché invece «un vero liberale» non può pensarla che così e così e così. Laddove il pensiero del «vero liberale» naturalmente coincide con quello del medesimo leader della Federazione dei Liberali.
Passo dal tono semi-scherzoso a quello serio. Per chi avesse voglia di approfondire, andando oltre il comune sentimento di diffidenza nei confronti del pensiero filosofico. Che cosa sono le categorie dello spirito? Sono le «forme» ideali eterne con cui lo spirito si manifesta nella storia. La verità (il Vero), la bellezza (il Bello), la bontà (il Bene) sono le classiche categorie che ritroviamo nelle opere di tanti filosofi. Sono definite “eterne”, o necessarie, perché, al di là dei diversi contesti socio-culturali, e a prescindere dalle modifiche che intervengono con il passare del tempo, gli esseri umani si sono sempre confrontati con questi valori. Per fare un esempio: il sentire estetico muta, come testimoniano i differenti stili architettonici che si sono manifestati nel divenire storico, ma resta la categoria della bellezza, cioè la cornice ideale cui vanno ricondotte le riflessioni in questo campo di attività umana.
Croce aggiunse alla tradizionale triade una quarta categoria, quella dell’Utile (da lui anche definito Economico, o Vitale), proprio per rendere la propria filosofia più aderente alle reali dinamiche degli esseri umani. Ha scritto: «Le forme dello spirito, essendo tutte necessarie, sono tutte necessariamente di pari dignità, e non sopportano se non un ordine di successione e d’implicazione che non è gerarchico, perché per la circolarità o circolazione della vita spirituale nessuna di esse dà l’assoluto inizio e nessuna il termine assoluto» (“Sulla teoria della distinzione e delle quattro categorie spirituali”, 1946, raccolto in “Filosofia e Storiografia”).
Prima sorpresa: secondo Croce, la libertà non è una “categoria” dello spirito. Precede ogni possibile categoria, perché senza libertà lo spirito umano non potrebbe esprimersi e svilupparsi, in nessun ambito di attività. Proprio in quanto le riconosceva questo carattere di “motore” dello Spirito, Croce definiva la libertà “principio religioso”. Gli empiristi, come Ostellino o come Raffaello Morelli, non vogliono sapere di princìpi astratti. Vogliono che la libertà si traduca in disposizioni costituzionali, in norme giuridiche, in provvedimenti di politica economica. Vogliono risposte concrete subito, qui ed ora. Non considerano che “tutto si tiene”, che le soluzioni individuate sono sempre “storiche”, cioè suscettibili di essere superate quando mutino in modo rilevante le condizioni ambientali e le circostanze di fatto. Invece, ciò che veramente serve, e serve sempre, è l’atteggiamento mentale, l’animo, cioè la volontà di misurarsi con le difficoltà e di superarle, ricercando, di volta in volta, soluzioni rispettose della propria libertà (quindi, dignità) individuale, così come della libertà (quindi, dignità) di ogni altro essere umano.
Affinché questo animo liberale ci sia e sia diffuso occorre fare proprio ciò che gli empiristi riterrebbero perdita di tempo. Incoraggiare gli uomini a coltivarsi in quanto esseri portatori di esigenze spirituali. Non si può ricostruire la storia usando soltanto il metro dei vincitori e dei vinti. E’ importante anche il ruolo delle forze religiose e delle forze morali. A partire dalla terza edizione di “Teoria e storia della storiografia”, nel 1927, Croce ha definito in modo compiuto il concetto di “storia etico-politica”: «la storia etico-politica s’indirizza agli uomini di coscienza, intenti al loro perfezionamento morale, che è inseparabile dal perfezionamento dell’umanità». I protagonisti di questo tipo di storia — riporto gli esempi citati da Croce — sono Gesù di Nazareth, Paolo di Tarso, Lutero, Mazzini. In questa storia non si discute di vincitori e vinti, perché pure chi sembra perdere (in questo senso è emblematico il riferimento a Gesù crocifisso), può seminare nella storia valori morali e quindi suscitare delle forze che si affermeranno nel tempo.
Seconda sorpresa: nel sistema crociano “spirito” e “realtà” sono sinonimi. Come già Hegel, Benedetto Croce era un filosofo “monista”. Egli concepiva un’unica realtà spirituale, negando che la natura e lo spirito fossero entità sussistenti autonomamente. La “dualità”, o dualismo che dir si voglia, era la bestia nera del Croce filosofo. E’ quanto egli ha sempre massimamente combattuto, in ogni campo. La stessa concezione dialettica aveva ed ha una sua funzione morale: il momento negativo, diciamo “il male”, per semplificare, il più delle volte non sta fuori di noi, non riguarda altri, ma è dentro di noi; è una nostra insufficienza, quindi siamo noi stessi che dobbiamo superarlo. Questa concezione nega alla radice l’opposta concezione manichea, che invece assolutizza gli opposti, vedendo il bene tutto da un lato ed il male tutto dall’altro, cosicché non resta altra soluzione che la guerra di annientamento finché uno dei due termini trionferà sull’altro. Al contrario, la dialettica non postula alcuna guerra di annientamento, perché gli opposti vengono concepiti come elementi necessari di uno stesso processo.
In molti luoghi crociani si legge: “categorie dello spirito”, o della realtà, che è lo stesso.
Non voglio imporre ad alcuno l’amore per la filosofia di Croce. Il quale oltre tutto, come i suoi studiosi ben sanno, è un filosofo difficile, che si può comprendere soltanto dopo averlo molto letto e meditato. Tuttavia, per i giornalisti dovrebbe valere la regola aurea che vale per tutti coloro che si cimentano nel campo nel pensiero: niente obbliga a citare il tale Autore, ma quando lo si cita si ha il dovere di riportarne esattamente il pensiero. Dopodiché lo si critichi pure quanto si vuole, con argomenti la cui fondatezza è sempre rimessa alla valutazione dei lettori.

Livio Ghersi

Pubblicato in : Primo piano

Info Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell’Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. alessandro silvestri

    16 Febbraio 2009 alle 23:53

    Carissimo, a me ha fatto molto piacere dedicare 5 minuti della mia giornata a leggere quello che scrivi. Però bisognerebbe toglierci di torno la pia illusione ormai, che gli italiani migliori siano quelli che stanno sulla stampa o in parlamento o nei pressi delle cattedre universitarie, poiché credo se così fosse, le speranza di risurrezione per la cultura e il senso profondo dell’essere italiani, subirebbe un colpo mortale…

    Sarebbe bene, giusto e quindi vero che il meglio di una società occupasse i posti più onorevoli che gli spetterebbero, liberamente possiamo affermare che in questo preciso momento, non è così.

    Ecco che allora in questo contesto, l’esperienza e l’empirismo che ne discende, debbano concorrere al ristabilimento della verità.
    Questo di solito avviene in due modi, o attraverso una continua e costante pressione dal basso, o con la lotta.

    Che tu sappia, come sono messi i nostri compatrioti attualmente su questi ultimi due elementi?

    Rispondi

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