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La libertà e la rivoluzione che ci attende?

Tutti i regimi totalitari del 20mo secolo sono nati in nome del popolo e della nazione, contro le famigerate élite (politici avversari, ebrei, ecc.). Solo che la volontà popolare è plurale e contraddittoria.

di Pietro Yates Moretti | 30 Luglio 2018

Anche Casaleggio jr, come già suo padre, è un sognatore e un rivoluzionario. Almeno così ci viene detto ogni volta che ci narra le sue visioni del futuro. L’ultima sua visione è quella di un’Italia senza Parlamento, descritta al quotidiano La Verità.
Ma come già un secolo fa, quello che si presenta come futurismo rivoluzionario non è altro che la solita ricetta reazionaria. Tutti i regimi totalitari del 20mo secolo sono nati in nome del popolo e della nazione, contro le famigerate élite (politici avversari, ebrei, ecc.). Solo che la volontà popolare è tutt’altro che monodica: è plurale e contraddittoria, è volatile ed emotiva, in parte facilmente condizionabile e in larga parte disinteressata all’approfondimento e alla riflessione. Per questo, in tutti i regimi autocratici la volontà popolare finisce per coincidere sempre con la volontà del capo, che la utilizza per ratificare decisioni già prese (proprio come già accade con le “votazioni” online del M5S).
Se la democrazia liberale designata dalla nostra Costituzione si nutre di internazionalismo, di limiti al potere della maggioranza, separazione dei poteri, diritti individuali inviolabili, garanzie processuali, Stato di diritto, libertà di stampa ed espressione, il populismo oggi al potere sembra agognare un ritorno al passato: dittatura della “maggioranza”, insofferenza ed eventuale eliminazione dei limiti costituzionali e internazionali al potere della maggioranza, violazione dei diritti umani e civili delle minoranze sgradite (ieri gli ebrei e i rom, oggi i rom e gli immigrati… e anche qualche scrittore), disprezzo per chi dissente. Le garanzie di libertà, nonché le Corti che vigilano sulla loro applicazione, sono vilipese come odiosi lacciuoli “buonisti” che ostacolano la volontà popolare.
L’obiettivo è omogeneizzare l’opinione pubblica, espellendo le voci (e i colori) dissonanti. Le intimidazioni dirette a chi non si allinea, il generoso uso della gogna e della violenza verbale, la propaganda fondata su credenze e antiscientismo, sull’odio e sul rancore sono da sempre gli strumenti principali di ogni regime illiberale. Lega e M5S utilizzano questi strumenti – e non da ora – con troppa disinvoltura per non essere allarmati. D’altra parte è nota la vicinanza ideologica delle forze politiche di questa maggioranza a regimi autocratici come la Russia e l’Ungheria.
Come quasi sempre accade quando muore una democrazia, è il Parlamento il primo obiettivo da indebolire. Abolirlo tout cour oggi solleverebbe, si spera, una reazione negativa persino tra una parte degli elettori di Lega e M5S. Ecco quindi che si agogna di renderlo inutile, riempendolo di soldatini sottoposti a vincolo di mandato, sostituendo le opposizioni organizzate in partiti politici con cittadini estratti a sorte (debolissimo e disorganizzato argine al potere della maggioranza), o addirittura con plebisciti online.
La più grande vulnerabilità della democrazia liberale è la sua incapacità di trasmettere i suoi valori, complessi e articolati, alla maggioranza dei cittadini. Sono valori difficili da apprezzare, specialmente in un Paese che primeggia in Occidente per il suo analfabetismo funzionale e il suo basso grado di istruzione.
Troppi di noi non si rendono conto che la differenza tra un regime totalitario e un regime democratico in senso occidentale sta proprio in quell’aggettivo: “liberale”. Non si tratta di abbracciare un’ideologia o un partito specifici, ma di prendere consapevolezza che sono proprio quei valori che impediscono alla maggioranza di turno di impadronirsi di tutto in via permanente. Valori e regole frutto di secoli di pensiero politico, rivoluzioni (vere!), sperimentazioni, guerre e liberazioni.
Questo non significa che non si debbano trovare nuove forme di partecipazione democratica, modificando anche in profondità le istituzioni attuali. E’ anzi un dovere farlo. Ma prima di rinunciare ai principi fondamentali su cui si fonda la nostra democrazia, sono necessarie generazioni di pensiero (che è cosa diversa dalle visioni), seguite da graduali sperimentazioni, e la massima attenzione a garantire sempre i diritti di libertà di ciascun individuo e di ciascuna minoranza, nessuna esclusa.

Pietro Moretti, vicepresidente Aduc

Pubblicato in : Primo pianoTag: aduc, costituzione, democrazia, democrazia liberale, disprezzo, espressione, futuro, italia, lega, nazione, opinione pubblica, parlamento, partiti politici, regime, separazione

Info Pietro Yates Moretti

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