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La lezione del caso Ranucci – Lavitola

Il caso Ranucci-Lavitola intreccia dinamiche giudiziarie e umane. C’è l’indagine sull’attentato dinamitardo ed emerge il piano psicologico, fatto di fragilità, lusinghe e seduzioni sottili con gesti apparentemente innocui. Sullo sfondo, la riflessione sul giornalismo d’inchiesta e sulla credibilità di chi informa, un bene prezioso. Questa storia parla di cronaca, di vulnerabilità umana e del delicato equilibrio tra fiducia pubblica e ambizione personale.

di Critica Liberale | 3 Settembre 2026

di Angelo Perrone*

Il caso Ranucci-Lavitola intreccia dinamiche giudiziarie e umane. C’è l’indagine sull’attentato dinamitardo ed emerge il piano psicologico, fatto di fragilità, lusinghe e seduzioni sottili con gesti apparentemente innocui. Sullo sfondo, la riflessione sul giornalismo d’inchiesta e sulla credibilità di chi informa, un bene prezioso. Questa storia parla di cronaca, di vulnerabilità umana e del delicato equilibrio tra fiducia pubblica e ambizione personale.

Due vicende in una

Da settimane il caso dell’attentato a Sigfrido Ranucci resta stabilmente in prima pagina. Perché un interesse così forte, così duraturo? A ben guardare, la vicenda si muove su due piani distinti, che si intrecciano ma restano concettualmente separati.

Il primo è il piano giudiziario: la ricostruzione dell’attentato dinamitardo, del suo mandante, del suo movente. Il secondo, meno visibile ma forse più coinvolgente, è un piano umano e psicologico, che riguarda la fragilità di chi si lascia avvicinare, quasi sedurre e conquistare da un personaggio ambiguo, per la sua storia personale e per i comportamenti compiacenti.

Un attentato paradossale

Il primo piano è già di per sé un caso strano. L’indagato come possibile mandante non è un nemico della vittima, ma un amico stretto, con cui Ranucci intratteneva una frequentazione assidua. E il movente ipotizzato non è la rottura di un rapporto, la vendetta o la ritorsione: sarebbe, paradossalmente, un gesto pensato per “fare un favore” all’amico, nella versione più cauta per rafforzargli la scorta e la visibilità, in quella più ambiziosa per accompagnarlo verso un debutto politico.

Su questo sfondo già di per sé singolare si innesta un’incertezza ulteriore: non è chiaro se, e fino a che punto, Ranucci fosse al corrente del progetto architettato ai suoi danni — un progetto che, in teoria, avrebbe dovuto anche giovargli. Ci si muove così su un terreno di equivoco e paradosso, reso ancora più incerto dalle dichiarazioni degli stessi protagonisti, Lavitola e Ranucci, che alludendo, lasciando intendere, dicendo e non, alimentano una suspense che almeno la cronaca giudiziaria, prima o poi, dovrà sciogliere.

Il piano più intimo: come si lusinga un uomo serio

Se la vicenda giudiziaria attrae per le sue incertezze, destinate a un chiarimento nelle sedi competenti, c’è un secondo profilo che forse appassiona anche di più, pur restando meno esplicito nel dibattito pubblico: il modo in cui figure solide, affermate, professionalmente accreditate, si sono lasciate avvicinare da Lavitola.

Paolo Mieli ha raccontato di aver conosciuto Lavitola in un ristorante diventato presto abituale, dove tornava spesso anche per le vongole, rigorosamente già sgusciate; di essersi fatto accompagnare a casa dopo cena; di aver ricevuto la bozza di un sondaggio sulla popolarità di un possibile leader del centrosinistra e di averla approvata con una sola parola, senza — a suo dire — averla letta davvero, solo per liberarsi di un’incombenza. Fulvio Abbate, dal canto suo, ha descritto Lavitola come un personaggio narcisista, una sorta di Mandrake animato da “pensieri magici”, ma generoso e simpatico, capace di gesti di solidarietà umana verso gli amici.

Non conta, in questa sede, stabilire se Ranucci sapesse dell’attentato o lo sospettasse: su questo dovrà pronunciarsi la giustizia. Ciò che colpisce, a prescindere dall’esito giudiziario, è quanto poco basti per catturare l’attenzione, e forse un poco anche il giudizio, di persone navigate: un piatto di vongole già sgusciate, un passaggio in macchina, una parola di apprezzamento chiesta e ottenuta senza troppa fatica. Nel caso di Ranucci, quello stesso meccanismo sembra essersi spinto oltre, fino a solleticare l’autostima, l’ambizione, la vanità pubblica e privata di un professionista già affermato.

Il lato oscuro dell’uomo, non solo del caso

Se questo è il contesto più interessante sul piano umano, allora si può dire che la vicenda cattura l’attenzione perché tocca il lato oscuro e poco raccontato della natura umana: quello in cui si incrociano spregiudicatezza altrui, adulazione e una condizione emotiva particolare che non risparmia nemmeno chi ha costruito una carriera sull’esercizio dello sguardo critico. È forse questo, più della dinamite, il dettaglio che davvero inquieta.

Il metodo dell’inchiesta e la credibilità del conduttore

È in questo scenario che si inserisce il contributo di Aldo Grasso sul Corriere, che individua con chiarezza i due nodi di fondo della vicenda televisiva. Il primo riguarda la natura del giornalismo d’inchiesta: un mestiere prezioso ma delicato, che si muove sul terreno del riservato per portare alla luce trame oscure, e che — secondo Grasso — non deve trasformarsi in un metodo tanto aggressivo da far percepire lo strumento come più importante dello scopo. Da qui le critiche, non nuove, a un Report che Grasso considera mutato rispetto alla gestione più artigianale di Milena Gabanelli, quando l’inchiesta restava al centro e il conduttore, per quanto riconoscibile, si teneva un passo indietro.

Il secondo nodo riguarda la credibilità personale e professionale del protagonista. Come scrive lo stesso Grasso, la credibilità è il bene più prezioso di chi fa informazione: un giornalista può essere smentito o anche querelato, ma il vero rischio si materializza quando il pubblico comincia a sospettare che non sia più lui a governare le proprie fonti, ma le fonti a governare lui. È un rischio che riguarda Ranucci non in quanto conduttore di un programma tra i tanti, ma in quanto interprete di un ruolo che, per sua natura, eccede la sfera privata: il giornalismo d’inchiesta, specie quello che si rivolge a una platea larga attraverso la televisione, ha una funzione pubblica — a prescindere dalla proprietà dell’emittente — perché contribuisce a formare l’opinione pubblica e la coscienza civica.

Perché conta, oltre la cronaca

Restano da tenere insieme, senza confonderli, i due piani. Quello giudiziario dirà, con i tempi e gli strumenti della giustizia, chi ha voluto cosa e chi sapeva cosa. Quello umano racconta invece qualcosa che vale a prescindere dall’esito processuale: quanto sia sottile il confine tra il fascino dell’incontro con mondi diversi — un valore, di per sé — e la vulnerabilità che nasce quando quell’incontro si trasforma in lusinga sistematica. E quello professionale, infine, ricorda che la credibilità di chi informa non si perde con una sentenza, ma si incrina molto prima: nel momento in cui il pubblico comincia a chiedersi chi ci sia davvero, dietro la voce che racconta i fatti.

Angelo Perrone

*Fondazione Critica Liberale

Pubblicato in : Primo piano

Info Critica Liberale

Critica liberale è da più di cinquant’anni la voce del liberalismo progressista in Italia. Nata negli anni ’60 come agenzia stampa della sinistra interna al Partito Liberale Italiano di quel tempo, la testata è dal 1974 quella di una rivista liberale del tutto indipendente da ogni forza politica italiana; dal 1994 Critica liberale è anche una fondazione che, assieme alla rivista, cerca di dare espressione e continuità a una tradizione politica e di pensiero che ha le sue radici nel liberalismo europeo, nella tradizione laica e illuminista, nell’impegno per i diritti civili e per l’integrazione federale dell’Europa democratica. È fra le organizzazioni che hanno dato vita al Forum Liberale Europeo, network di fondazioni e centri studi liberali che fanno riferimento all’Eldr (l’organizzazione che raggruppa tutti i liberali europei).

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