La nuova legge elettorale è ancora ferma, e anche il punto di (ri)partenza, il cosiddetto Mattarellum indicato dal segretario del PD, dà segnali di non ottima tenuta. Appare difficile la composizione di un accordo. L’unico che manda segnali è Berlusconi, che pensa di arrivare così, dopo il voto, ad un nuovo forzato Nazzareno, per mettere in difficoltà il PD (che a quel punto si spaccherebbe) e tagliar fuori i 5Stelle.
La Sentenza della Consulta introdurrà drastici correttivi allo sfortunato Italicum, creatura renziana travolta dal referendum di cui era il “combinato disposto”. Nell’attesa, torna molto forte la voglia di proporzionale, dopo anni di damnatio memoriae, che sembra persistere solo negli sfoghi anti preferenze del politologo Angelo Panebianco, mai rassegnato ai fallimenti del maggioritario all’italiana. Mattarellum compreso, in verità.
Il che dovrebbe far riflettere sul fatto che la via italiana alla legge elettorale ha sempre peccato di presunzione, evitando di guardare ad esempi stranieri ben collaudati. Il metodo francese o quello tedesco, avrebbero forse evitato una parte dei guai che abbiamo conosciuto.
Tornando al Mattarellum, applicato tre volte, assicurò l’alternanza. Ma fu un capolavoro di ipocrisia, introducendo il sacro criterio del “collegio sicuro” (famoso il caso del Mugello assegnato a Di Pietro prima ancora di sapere l’esito del voto) e recuperando – a scanso di sorprese – tutta la nomenclatura di partito nel 25% di quota proporzionale, e relativo meccanismo perverso dello scorporo, con i trucchi delle liste civetta.
Trascorsi oltre 20 anni da allora, sconfortati dalla legge Calderoli, costruita su misura per impedire ai vincitori di governare, e dall’Italicum, costruito su misura per impedire all’opposizione di contare, si può capire la nostalgia del meno peggio, appunto il Mattarellum.
C’è solo un problema, e cioè che nel frattempo il sistema politico italiano è diventato tripolare, mentre la legge del 1994 si inquadrava in un contesto bipolare. Oggi il piatto è di tre forze equivalenti, in salsa di vario sapore (26 partiti hanno sfilato al Quirinale in dicembre), smentendo definitivamente Mariotto Segni, l’uomo che con il referendum del 1993 aveva vinto la lotteria e perso subito dopo il biglietto vincente, perché quel referendum fu in realtà il primo esempio di chiamata alle urne dell’antipolitica. Vinse l’avversione alla classe politica dell’epoca, non certo la preferenza unica.
I difetti del Mattarellum storico potrebbero però diventare pregi, se davvero nei collegi si fosse chiamati a scegliere tra tre candidati quasi alla pari, di cui uno solo eletto, anche per un solo voto in più. E’ qui che il maggioritario rivela la sua qualità: costringere i partiti a scegliere i candidati migliori e più conosciuti.
Nelle sue applicazioni tra il ’94 e il 2001, si assistette invece al paracadutismo degli amici nei collegi sicuri, una vergognosa beffa per gli elettori (confermata peraltro dal successivo “Porcellum”).
Un vero maggioritario presenta ovviamente maggiori rischi per le segreterie o per i computer di Casaleggio, ma si potrebbe finalmente migliorare la qualità oggi precaria del personale politico, questione che vale ben più della favoletta dell’importanza di sapere chi governerà già la sera del voto. E soprattutto riuscire a vincolare gli eletti agli elettori. Nella “famigerata” Prima Repubblica, in 45 anni furono solo 11 i deputati che passarono da un partito all’altro. Poi è venuto il diluvio di centinaia di cambi di casacca, anche perché l’elettore non interessava a nessuno, contava, e conta ancora, solo la qualità cangiante del rapporto con il capo.
Basteranno queste ragioni a superare la crisi della rappresentanza che, in una spirale al ribasso, alimenta la cattiva politica?
Un Mattarellum modificato, un 2.0, potrebbe essere più utile di quello storico, ma i pronostici non sono buoni, tanto più se si facesse salire la quota di salvaguardia dal 25% al 50%. I collegi tornerebbero ad essere troppo larghi e con essi il distacco con il territorio.
Il politologo D’Alimonte, padre dell’Italicum, ha provato ad applicare il Mattarellum ai risultati del 2013 e poi ai sondaggi più recenti, e con i voti 2013 (pareggio PD/5Stelle e sconfitta di Forza Italia) avrebbe vinto il centrodestra, mentre con le simulazioni recenti, vincerebbero i 5Stelle davanti a PD e centrodestra. Ma come si distribuirebbero i voti reali, se si trattasse invece di scegliere davvero il proprio rappresentante?
Sappiamo solo, per ora, che per non dover ricominciare da capo, occorre una legge elettorale che – lo dirà la Consulta – formi un Parlamento non troppo lontano dalla distribuzione vera del consenso nel Paese, evitando il punto debole del maggioritario con premio. I milioni di voti in più presi dalla Clinton rispetto a Trump, saranno il vero ostacolo del presidente USA nei prossimi anni, a parte lui stesso, ovviamente.
Non si può infine pensare una legge solo anti 5Stelle, perché non gli si può fare il favore di presentarsi come vittime, prolungandone la ragion d’essere.
La politica può sconfiggere la sua antitesi solo se è buona politica, non se è maggioranza col trucco.
Beppe Facchetti

poiché in Sicilia si vota prima , facciamo una legge elettorale con collegi uninominali , e un collegio unico regionale per eleggere tutto l’esecutivo, che sia di prone ad una eventuale nuova legge elettorale nazionale