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La guerra dietro le quinte

Secondo il New York Times, sono ben 500 mila i soldati morti o feriti tra le file ucraine e russe. Un calcolo difficile da effettuare considerato che Mosca tende ad abbassare le stime e Kiev non riporta dati ufficiali. Quelli analizzati dal quotidiano parlano quasi 300mila le vittime militari russe, compresi 120.000 morti e 170.000-180.000 feriti. Da parte ucraina, sono circa 70.000 i morti e 100-120mila i feriti. 

di Enrico Rossi | 20 Agosto 2023
La foto di copertina mostra le conseguenze del bombardamento russo all’ospedale di Mariupol in Ucraina

Il bilancio di 18 mesi di guerra in Ucraina è impressionante e dovrebbe far riflettere tutti coloro che con sprezzo rifiutano ancora ogni ipotesi di apertura di una trattavia e puntano alla cosiddetta “vittoria finale” di Kiev.

Secondo il New York Times, sono ben 500 mila i soldati morti o feriti tra le file ucraine e russe. Un calcolo difficile da effettuare considerato che Mosca tende ad abbassare le stime e Kiev non riporta dati ufficiali. Quelli analizzati dal quotidiano parlano quasi 300mila le vittime militari russe, compresi 120.000 morti e 170.000-180.000 feriti. Da parte ucraina, sono circa 70.000 i morti e 100-120mila i feriti. 

A questi dati drammatici si aggiunge, sempre in questi giorni, la valutazione dei servizi segreti americani secondo cui la controffensiva di Kiev non raggiungerà gli obiettivi prefissati perché la Russia riesce a difendere i territori conquistati.

Quindi il conflitto proseguirà e il bilancio delle vite umane perse, per quanto impressionante, è solo parziale.

Volendo fare un paragone, la prima guerra mondiale in Italia lasciò sul campo 600mila soldati e la seconda, compreso i civili, ha fatto circa 470mila vittime.

Per capire cosa sta accadendo veramente in quelle terre, senza dare troppo credito alla quotidiana versione edulcorata della stampa e delle tv, è sufficiente pensare al lascito di macerie materiali e morali che le due grandi guerre del secolo scorso produssero nel nostro Paese e considerare che oggi la potenza distruttiva delle armi è imparagonabilmente superiore.

Come in tutti i conflitti, anche in Ucraina e in Russia, a un certo punto comincia a farsi sentire la fatica della guerra stessa e si presenta il problema del reclutamento.

Probabilmente, se sarà evitato l’uso di armi catastrofiche come quelle nucleari, la guerra prima o poi finirà con un accordo territoriale non troppo diverso da ciò che prevedeva quello di Minsk del 2015 con un compromesso su Crimea e Donbass.

Come Mussolini e Hitler, anche Putin pensava che tutto sarebbe finito con un blitz nel giro di poco tempo.

Poi l’oligarca Russo, grazie alla resistenza ucraina, ha dovuto in poche settimane rivedere i suoi piani.

A quel punto le grandi potenze occidentali, USA e Unione Europea, insieme alla Cina, all’India avrebbero potuto spingere per il cessate il fuoco e per una trattativa.

Se sono comprensibili le ragioni geopolitiche degli USA, che hanno rilanciato NATO e rimesso in moto la grande industria degli armamenti, meno comprensibile è stato l’appiattimento dell’Unione Europea ai voleri del governo degli States.

Ancor meno comprensibile è stata fin dall’inizio la posizione del PD che non è riuscito a dare un segnale di autonomia rispetto all’imperante bellicismo e di ascolto delle posizioni pacifiste; nonostante la presenza della Chiesa di Papa Francesco e il suo impegno contro la guerra.

La questione è evidentemente di primaria importanza per la politica di un partito, la cui identità non è definibile senza una posizione chiara su argomenti tanto cruciali.

Nessuno nega il diritto dell’Ucraina di difendersi e di essere aiutata di fronte ad un attacco infame, ma contemporaneamente sarebbe stato giusto chiedere con forza in tutte le sedi il cessate il fuoco e l’apertura di una trattativa poteva che, a mio avviso, sono punti fermi per una forza politica di sinistra.

Basta rileggere l’articolo della Costituzione dedicato a questo tema per ritrovare la bussola che è venuta a mancare.

La svolta di Elly Schlein che sui temi sociali sta segnando punti importanti dovrebbe completarsi con una revisione delle posizioni sul tema della pace e della guerra, trovando -sono convinto- un terreno fertile di consensi nell’opinione pubblica italiana.

L’assunzione di una posizione autonoma non significa, ovviamente, uscire dallo storico sistema di alleanze dell’Italia, come ci hanno insegnato i grandi politici della prima Repubblica, Berlinguer, Moro e anche Craxi e persino Andreotti.

Infine, dopo la conta dei morti, pubblicata dal New York Times, non è possibile non interrogarsi sul valore della vita umana, sul carattere orrendo della guerra che tutto travolge e distrugge, sulle ferite che lascia negli animi ancor prima che nelle carni.

Prima di tutto la Pace, era lo slogan di Enrico Berlinguer, ancora profondamente vero nel nuovo secolo.

Enrico Rossi 

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: andreotti, chiesa, cina, costituzione, craxi, enrico berlinguer, enrico rossi, governo, guerra mondiale, importanza, italia, mussolini, nato, new york times, pd, prima guerra, prima repubblica, putin, repubblica, secolo scorso, slogan, soldati, unione europea, usa, valutazione

Info Enrico Rossi

Enrico Rossi è un politico italiano, presidente della Regione Toscana dal 2010 al 2020. È membro del Comitato europeo delle regioni (CoR) dal 26 gennaio 2015; dall’ottobre 2019 è vicepresidente del gruppo socialista al CoR. Sindaco di Pontedera dal 1990 al 2000, assessore regionale alla Sanità dal 2000 al 2010. Nel 1999 viene chiamato a Roma da Walter Veltroni per assumere l’incarico di vice responsabile nazionale dell’area economica dei Democratici di Sinistra.

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