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La guerra di Xi contro gli evasori

Rubare ai ricchi per donare ai poveri. Non era esattamente questo che intendeva il presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò l’obiettivo della “prosperità comune” per ridurre le diseguaglianze sociali. Né è esattamente questo lo scopo della crescente stretta di Pechino sui capitali esteri. Sommate, tuttavia, le due politiche se non basteranno ad alleviare la polarizzazione sociale, quantomeno serviranno a mettere in riga i “paperoni” cinesi.

di China Files | 9 Agosto 2026

di Alessandra Colarizi*

Rubare ai ricchi per donare ai poveri. Non era esattamente questo che intendeva il presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò l’obiettivo della “prosperità comune” per ridurre le diseguaglianze sociali. Né è esattamente questo lo scopo della crescente stretta di Pechino sui capitali esteri. Sommate, tuttavia, le due politiche se non basteranno ad alleviare la polarizzazione sociale, quantomeno serviranno a mettere in riga i “paperoni” cinesi.

A finire nel mirino dei “Robin Hood” di Pechino sono i trust offshore, strumenti giuridici e finanziari istituiti in una giurisdizione estera (spesso a fiscalità agevolata) in cui il disponente (settlor) trasferisce beni a un fiduciario (trustee) affinché li gestisca a beneficio di terzi. Finora sono stati spesso utilizzati dalle famiglie benestanti cinesi per eludere la sorveglianza normativa, evitare la tassazione, o semplicemente proteggere il proprio patrimonio dalla campagna anticorruzione di Xi. 

Dal 24 luglio, muoversi nel torbido mondo delle strutture fiduciarie è diventato notevolmente più difficile: secondo direttive del Ministero delle Finanze, i residenti cinesi che trasferiscono asset in trust esteri devono pagare un’imposta sul reddito delle persone fisiche del 20% sui guadagni generati, indipendentemente dal fatto che i dividendi siano stati effettivamente distribuiti o meno. Il quadro normativo concede ai contribuenti 90 giorni per regolarizzare la propria posizione senza incorrere in ulteriori sanzioni. Ma non lascia scappatoie ai furbetti: le misure valgono anche per chi acquisisce la cittadinanza straniera o la residenza permanente all’estero, continuando a mantenere i principali interessi economici nella Repubblica popolare. 

Per quanto in linea con le prassi internazionali, nel contesto cinese, le nuove regole segnano una svolta piuttosto importante. Come spiega al Fattoquotidiano.it l’avvocato Giovanni Lovisetti, esperto di operazioni di investimento tra Cina e Italia, mentre “la legislazione cinese da sempre impone la tassazione sul reddito mondiale dei residenti fiscali cinesi, l’applicazione pratica di queste norme ai trust offshore è sempre rimasta alquanto incerta. Il nuovo regime elimina molte ambiguità offrendo un quadro normativo piuttosto completo”. 

Chiarezza innanzitutto, ma non va sottovalutata nemmeno l’ampiezza della manovra. Come spiega Lovisetti, infatti, le nuove misure disciplinano “tutte le strutture che pur non appartenendo tecnicamente alla categoria dei trust mirano comunque a raggiungere lo stesso risultato economico”. Questo – aggiunge l’esperto – lascia presagire un “impatto profondo” non solo sugli individui e sulle famiglie con patrimoni importanti.

A risentirne saranno anche “tutte le società attive nel settore della gestione patrimoniale”, con contraccolpi ben oltre i confini della Cina continentale. Soprattutto a Hong Kong, dove i trust offshore rappresentano da tempo uno strumento privilegiato per gli imprenditori cinesi e i super-ricchi. In gioco ci sono centinaia di miliardi di dollari provenienti dalla mainland, che per decenni hanno sostenuto ogni settore – dal lusso all’ immobiliare fino al mercato dei capitali – trasformando l’ex colonia britannica nel primo centro al mondo per i patrimoni offshore, titolo strappato alla Svizzera, secondo il 2026 Global Wealth ⁠Report del Boston Consulting Group. 

La stretta sui trust offshore si inserisce nell’ambito di una drastica intensificazione del controllo sulla fuga di capitali, da due decadi già soggetti a restrizioni (il limite per il cambio o il trasferimento all’estero è di 50.000 dollari statunitensi per persona ogni anno). A giugno, l’Ufficio nazionale di controllo dei conti cinese ha scoperchiato diversi casi di evasione fiscale e carenze nei controlli presso autorevoli istituzioni finanziarie statali, compresi 348,36 milioni di dollari in tasse eluse da Bank of China. Funzionari stranieri, banchieri cinesi, gestori di family office e istituti finanziari hanno dichiarato al Financial Times di aver ricevuto istruzione di esaminare gli investimenti esteri dei cittadini più facoltosi per verificare se i redditi siano stati regolarmente dichiarati. Talvolta gli accertamenti scavano fino a venticinque anni fa.   

Non sono disponibili stime ufficiali sull’ammontare dei fondi parcheggiati oltre frontiera da soggetti cinesi. Secondo l’Institute of International Finance, solo nel 2025 a superare il confine è stata la cifra record di oltre 800 miliardi di dollari. In alcune circostanze ai numeri sono associati nomi importanti. Il South China Morning Post cita nello specifico le operazioni poco trasparenti condotte dal magnate dell’immobiliare Pan Shiyi e dalla moglie Zhang Xin. Due anni prima della quotazione in Borsa, nel 2005 la coppia aveva trasferito le quote del gigante del mattone Soho China in un trust alle isole Cayman. Più di recente ad attirare l’attenzione dei regolatori è stata la disputa ereditaria all’interno della famiglia di Zong Qinghou, il miliardario fondatore del colosso delle bevande Wahaha Group scomparso nel 2024, durante la quale i tre figli nati fuori dal matrimonio hanno chiesto il congelamento di un trust offshore del valore di quasi 2 miliardi di dollari controllato dal loro fratellastro. 

L’azione di Pechino contro gli istituti fiduciari si inserisce in un più ampio rafforzamento della supervisione sugli investimenti esteri. A maggio, la Commissione cinese di regolamentazione dei titoli (CSRC) ha multato tre società di intermediazione, tra cui Tiger Brokers e Futu Securities International, per aver offerto illegalmente agli investitori nazionali l’accesso al trading di azioni estere. 

All’origine dell’inasprimento normativo ci sono motivazioni politiche ed economiche. Se nei primi anni Duemila la Cina ha consentito le strutture offshore per attrarre investitori stranieri verso le nascenti aziende tecnologiche del paese, oggi le condizioni sono cambiate. C’entra l’ascesa dei mercati finanziari di Shanghai, Shenzhen e Pechino ma non solo. 

Con il rallentamento della crescita cinese, l’aumento della disoccupazione giovanile, e la stagnazione dei salari, la dirigenza comunista deve cercare nuove fonti di legittimazione politica. Colpire le fasce più benestanti sembra una soluzione “populista” per imbrigliare le disparità sociali in rapido aumento. Lo conferma il coefficiente di Gini, lievitato da 0,45 nel 1995 a oltre 0,7 nel 2023, stando a una ricerca divulgata a marzo da Li Shi, preside dell’Istituto per la prosperità e lo sviluppo comune presso l’Università di Zhejiang. L’analisi dell’indicatore – che identifica con il valore 1 la massima diseguaglianza – evidenzia tra le cause un rallentamento della crescita del reddito familiare. Così, se per realizzare la “prosperità comune”, inizialmente Xi aveva chiesto il supporto delle big tech, ora il monito è stato esteso dalla cerchia ristretta di Jack Ma & Co. a tutti i ricchi del paese. 

C’è poi una questione più squisitamente economica. La riforma dei trust arriva in un momento in cui tanto Pechino quanto le amministrazioni locali si trovano ad affrontare maggiori oneri fiscali. Il rallentamento della crescita ha portato a una diminuzione dell’imposta sul reddito delle società, mentre la persistente crisi del mercato immobiliare ha reso più difficile per i governi locali rabboccare le casse con la vendita dei terreni agli sviluppatori. Una pratica che fino a pochi anni fa rappresentava ben il 38% delle entrate fiscali totali.

Alessandra Colarizi

*China Files

Pubblicato in : Dossier

Info China Files

China Files è un collettivo di giornalisti, sinologi ed esperti di comunicazione specializzati in affari asiatici. Una redazione nata nel 2008 a Pechino come agenzia di stampa e comunicazione focalizzata sulla Cina che si è in seguito ampliata fino a coprire l’intera area asiatica, svolgendo funzioni di think tank e di mediazione tra le principali realtà del paese, divenendo un’Associazione di Promozione Sociale impegnata nell’approfondire e migliorare la conoscenza dei paesi asiatici in Italia e in Europa attraverso attività istituzionali, editoriali, formative, analitiche e consultive per enti, aziende, scuole e organizzazioni civiche.

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