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La guerra di Libia la fanno a noi

Le cosiddette primavere arabe, la gestione del dopo Saddam, la questione dell’abbattimento di Assad sono state gestite al peggio ed hanno dato l’opportunità ai russi i divenire arbitri della situazione.

di Giuseppe Mele | 22 Dicembre 2019

Ebbene si. La storia scorre come un tapis roulant a rebours , all’indietro. Solo un secolo fa, 1911 l’Italia dichiara guerra ai turchi ottomani  ed invade la Libia. Oggi il sultano Erdogan restituisce il favore, rinsaldato ed adulato dal vicino e nuovo amico, incredibile dictu, russo.

E basterebbe questo per chiudere Farnesina ed i dipartimenti europei degli esteri. Non si sa più quante volte i nostri siano stati a Tripoli bel suol d’amore. Ormai conoscono tutti i lidi, le spiagge e le opportunità balneari. Fanno accordi con la marina costiera libica destinati al nulla data le sentenze di giudici lontani sui porti non sicuri. Si fanno riassumere i percorsi degli oleodotti controllati a metà con i francesi. E chinano il capo sulla soluzione collettiva al disastro libico i cui effetti ricadono sostanzialmente solo sull’Italia.

Perché dopo ogni viaggio di fronte alla contesa fra un premier laico ed un militare che non si osa chiamare ribelle, di fronte a sottoposti, ma mica poi tanto, signori della guerra e delle tribù, di fronte a caste e popoli tutti in vendita al maggior offerente, resta chiara la coscienza dell’inevitabilità della soluzione militare.

Chi può adottare una soluzione militare? Non l’Italia. Non l’Europa. Non vogliamo più combattere per i nostri interessi o lo vogliamo a morti zero. Il che è giusto o quantomeno comprensibile dice Quercia, direttore del Cenass, intervistato da Il sussidiario. net. In questo momento neanche gli Usa interverrebbero. Per loro la Libia si riassume in un altro nemico dittatore killerato. Zitti zitti cedono in Siria. Hanno lasciato l’Iraq. Devono pensare ai guai sauditi sul fronte yemenita ed allo scontro con l’Iran. Non è più una questione di polemica interna. Le cosiddette  primavere arabe, la gestione del dopo Saddam, la questione dell’abbattimento di Assad sono state gestite al peggio ed hanno dato l’opportunità ai russi i divenire arbitri della situazione.  Gli scontri interni sul rapporto con Israele aggravano l’incertezza. Sia Gerusalemme che Washington sono al centro di uno scontro interno sul potere che in parte li paralizza. La Francia è nel caos. Al mondo germanico interessa poco un sud lontano. L’Uk deve ritrovare unità. L’isolazionismo Usa che guarda alla ciccia cinese ed europea non bada alla sua espulsione dal mediterraneo orientale.

Dall’altra parte è bastata la sottomissione dei curdi ad Assad, propiziata dai russi, per stabilizzare il condominio russo turco siriano (con la quarta sponda iraniana amichevolmente presente).  Certo ci sarebbe l’importante presidio egizio, il paese dove le contorsioni di Obama raggiunsero l’epilogo più tragicomico di cui ha fatto e spese Regeni. Qui l’Occidente tocca la demenzialità. L’Egitto non potrebbe mandare le armi russe al generale ribelle se non lo facesse anche la Francia. L’Occidente da un lato  si dà da fare in tutti i consessi, interpreta il diritto internazionale, inventa corti, difende i diritti umani, alimenta insurrezioni; poi sviluppa parallele politiche estere di Stato completamente contraddittorie. La Libia è un esempio. Si cominciò con la primavera araba, si proseguì con i bombardamenti ad un regime stabile, colpevole di bloccare le immigrazioni. Grande ruolo nell’intervento ebbe la necessità di destabilizzare il governo italiano.

Russia e Turchia erano secolarmente nemiche. La gestione dell’invasione della Crimea e della questione curda, li ha tremendamente avvicinati. Paradossale perché Ankara è sempre il membro Nato più importante per forze terrestri. Motivo per cui gli Usa adottano molto tatto. I due incontri tra il neosultano ed il premier libico ha fatto rivendicare  al primo i diritti della Libia e della Turchia nel Mediterraneo orientale. L’oculata e cinica politica russa è pronta a sostenere la presenza turca in Libia che stabilizzerebbe il paese, dopo l’incapacità del generale ribelle a farlo. Certo la Libia non diverrebbe un’enclave russa, ma un condominio nel quale gli occidentali dovrebbero fare un passo indietro. Russia e Turchia stabilizzerebbero una situazione incancrenita, ormai insopportabile. Non avrebbero problemi, se chiamati ad intervenire militarmente.

Il colmo sarebbe se Putin riuscisse a coinvolgere Parigi nell’intervento russoturco a favore Non ci vuole molto a trovare l’intesa francese se si offre un po’ di protagonismo e di affari; ed in quel caso sarebbe  a favore del generale ribelle. Perchè Parigi rischia una debacle se viene lasciata fuori. L’Italia no. Si è già ridotta così a poco dopo il 2011 che non ha più molto da perdere. Resta perché ha degli expertise cui anche gli altri si devono rivolgere. Il piano russo turco dal Mar Nero e Mediterraneo orientale punta a triangolare su quello centrale. E’ un piano di visione, sostenuto da mezzi possibili con la determinazione possibile.  Non si fa che leggere di piani di destabilizzazione informativa russa tramite fake e social. Non ce n’è proprio bisogno. Facciamo tutto da soli. O con chiacchiere che ci confondono, o con scelte autolesioniste. Se a Mosca evidenziano qualche idiozia, spesso è un dato di fatto, non controspionaggio.

Il disastro si avvicina. La Libia è la nostra quarta sponda, si guardi la mappa.  Per noi l’intervento militare è di facile applicabilità, non solo di evidente necessità, magari a sostegno del governo legittimo. Invece Di Maio, La soluzione non può essere militare” . Come dire, noi non abbiamo soluzioni. Abbiamo i soldi che dovremo pagare al neosultano, vendicatore del 1911.

 

Giuseppe Mele

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, caste, condominio, dittatore, francia, governo, governo italiano, libia, mondo, nato, obama, parigi, putin, regime, scontri, siria, soldi, soluzione, sostegno, usa

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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