
Il conflitto tra Israele ed Hamas, in corso nella Striscia di Gaza nasce dal fallimento conclamato degli storici accordi di Camp David negli Stati Uniti e di Oslo, accordi fra Israeliani e Palestinesi che avevano posto le premesse necessarie per realizzare la tanto attesa definizione del problema della convivenza in Medio Oriente, con la creazione di uno stato palestinese autonomo, andando oltre la attuale Autorità Palestinese della Cisgiordania.
Di fatto tuttavia l’odio integralista islamico antiebraico e il razzismo antiebraico da un lato, la necessità per Israele circondata di Stati Arabi, di creare zone cuscinetto intorno al suo territorio, confliggono con il sentimento di insofferenza e non solo indifferenza verso Israele, da parte della popolazione araba di Libano, Egitto, Siria, Iran, Giordania.
Fortunatamente la offensiva israeliana non ha avuto una risposta militare complessiva da parte degli Stati Arabi a supporto dei Palestinesi di Gaza, anche grazie alla complessa e difficile mmediazione, non solo sul problema degli ostaggi, da parte di Quatar, Arabia e Emirati. Ma ormai la divisione fra opinione pubblica e masse arabe, negli Stati Arabi, e tra odio antiebraico diffuso e tentativi di mediazione, diviene sempre più ampia. Le invettive politiche Sunnite di Erdogan e dei vertici iraniani Sciiti contro Israele, non a caso, si allineano sia pure da una prospettiva di difesa dei civili arabi a Gaza, alle invettive dei leader dei movimenti di Hamas e Hezbollah.
In Israele occorre ripartire dalle posizioni di pace e moderate che furono un tempo quelle di Peres e di Rabin, al tempo dei rispettivi accordi di Camp David e Oslo e occorre un nuovo governo post Nethanyauhu, più aperto al dialogo e meno alle opzioni militari. Dal lato arabo le aperture e le mediazioni di Emirati, Quatar, Arabia e le posizioni storiche di mediazione di Giordania, Libano, Egitto, sono, anche in prospettiva insufficienti, se non si apre un canale di dialogo oggi ancora ritenuto tabù da entrambe le parti, fra Iran e Israele e fra Turchia e Israele.
Dunque il dialogo non può essere fra Sunniti e Israele e non anche tra Sciiti e Israele.
Si dice che l’Iran combatta in modo indiretto Israele mediante Hamas e che in Siria la Turchia a sua volta giochi un ruolo anti israeliano.
Certo la guerra odierna a Gaza e quella in Siria ricordano molto da vicino le antiche guerre tra Israeliani Semiti e Assiri Ittiti, tra ebrei e Filistei dei popoli del mare, le lotte antichissime tra ebrei e egiziani, conflitti che appartengono alla storia più remota del popolo Israeliano Ebreo, in fasi che precedono di molto secoli la nascita dell’Islam. Dunque la presenza ebrea in Medio Oriente è sempre stata storicamente difficile e contrastata, molto prima dell’epoca attuale e della diatriba fra Islamici ed Ebrei.
Tornando al presente, in Israele, il Paese non è concorde nel sostenere l’oltranzismo di Nerhanyahu, anzi la opinione pubblica e la società civile, consapevoli degli errori di Netanhyahu prima del 7 ottobre e durante il conflittto, continuano a protestare in massa contro la linea Nethanyahu e contro i metodi del governo.
Il premier israeliano giustifica le violenze e distruzioni a Gaza ponendole come effetti collaterali della sua “ operazione speciale”o guerra e come giustificati dalla esigenza di rafforzare militarmente la sicurezza di Israele. Tuttavia, di fatto come i problemi di vicinato fra Ucraina e Russia non si risolvono con massacri di civili e militari reciproci, così scagliare i 300.000 riservisti di Israele contro le masse arabe e non solo contro i guerriglieri di Hamas, a Gaza, in Cisgiordania in Libano e in tutto il Medio Oriente circostante, non risolve il problema.
Non è possibile configurare un futuro prossimo nel dopo la attuale guerra che veda la crescita esponenziale dell’odio reciproco fra ebrei e arabi e tra israeliani e stati circostanti.
Appare evidente nel contempo, che la guerra attuale, per ammissione sia dei vertici dell’Iran che, in separata sede, di quelli di Hamas, sia originata dalla volontà di spezzare l’avvicinamento in corso, sia sul piano politico che su quello economico, fra Israele e Emirati e fra Israele e Arabia, sfociato in accordi commerciali e in un dialogo di pace con la componente araba sunnita, un dialogo inedito e prima quasi inesistente.
Quindi se l’odio Sciita e di Hamas e di Hezbollah anti ebraico è stato il 7 ottobre e prima, fomentato strumentalmente, ora dopo le tante, troppe, distruzioni e stragi di civili prodotte a Gaza, dalla guerra, si è sviluppato, oggettivamente, un consenso di massa arabo intorno a questo odio.
Ancora una volta ci si trova di fronte a due opposti estremismi, quello di Netanhyahu delle forze più militarista e bellicose della sua coalizione di governo, contrapposti all’estremismo dei vertici Iraniani e delle milizie al loro servizio di Hamas e di Hezbollah.
Due integralismi quello arabo scitta e sunnita trovano un trait d’union proprio nell’odio qualunquista anti ebraico mentre l’estremismo ebraico di estrema destra che fa parte dell’esecutivo Nethaniahu, ha prodotto danni agli interessi di Israele e alla causa della pace già in passato, con la uccisione, mai chiarita nei mandanti, del premier Rabin, uomo di pace. D’altra parte, se in Ucraina, dal lato russo,viene definita operazione speciale, quella che in realtà è una guerra, così al contrario in Israele si definisce guerra quella che è una operazione militare speciale, nella Striscia di Gaza.
Ogni guerra, secondo logica e secondo la Storia presuppone due Stati ma Gaza non è uno Stato, ogni guerra presuppone il confronto tra due eserciti ma Hamas esattamente come le milizie Hezbollah dal lato libanese, non è un esercito e tanto più non lo è di uno stato, ma una forma di resistenza e di lotta armata agita da una parte, il movimento Hamas,dei Palestinesi, che ritiene debole e insufficiente la linea della Autorità Nazionale Palestinese e di quello che fu un tempo l’OLP di Arafat, anzi vuole riprendere la lotta che fu un tempo quella terroristico armata dell’OLP e di Arafat, per costringere Israele a riconoscere uno Stato Palestinese.
A tutto questo si aggiunge la frammentazione del territorio palestinese, diviso oggi tra Cisgiordania e Striscia di Gaza che se anche collegate e sottoposte entrambe alla Autorità Nazionale Palestinese, rimarrebbero comunque nel controllo militare e immanente di Israele.
Il paradosso sta proprio nel fatto che depurare della presenza di Hamas la Striscia di Gaza non risolve il problema, così come non lo risolverebbe la creazione di due Stati separati ma ostili fra loro e in perenne tensione di lotta.
Il dopo guerra a Gaza si prospetta quindi gravissimo, con un terrorismo rinato interno e esterno a Israele e con un reclutamento di massa di nuovi combattenti antiisraeliani. Al tempo stesso riportando tutti i palestinesi a Gaza, dal sud di Gaza o dall’Egitto ove sono sfollati, si avrebbe una situazione simile a quella dei campi palestinesi dei tempi di Arafat, l’odio e le distruzioni create da ottobre a oggi non si possono mettere fra parentesi o azzerare e non basta estendere il potere della Autorità Nazionale palestinese a Gaza e cambiare il governo israeliano a Gerusalemme per stabilizzare la pace.
È la conseguenza della scelta sbagliata di Nethanyahu di rispondere solo militarmente, perdipiù in ritardo e confusamente, tanto che gran parte degli ostaggi israeliani sono letteralmente andati persi, quasi fossero oggetti smarriti e non cittadini israeliani da salvare.
Il fallimento della linea Nethanyahu si associa alla fragilità e debolezza della governance palestinese della Cisgiordania che si riduce a mero strumento del potere israeliano.
Lo slogan: due Stati indipendenti e sovrani si rivela ormai inadeguato, a fronte di quella che è la scissione fra due popoli ormai in odio e in lotta fra loro, quello arabo e quello ebreo e soltanto ricostruendo il difficile tessuto sociale della convivenza pacifica tra i due popoli si potrà andare oltre la realtà attuale.
La sconfitta della politica, della diplomazia e del dialogo tra Stati e tra leader appare evidente, sia ora, sia nella prospettiva di una ricostruzione del dialogo per la pace in Medio Oriente.
Senza il protagonismo aggressivo di Nethanyahu forse questa guerra non sarebbe mai avvenuta, né sarebbe avvenuta la violenza del 7 ottobre: occorrono l
Infatti leader di pace in Israele, per garantire un futuro di pace ad Israele
Ora, dopo Carter e Clinton, potrebbe toccare al prossimo presidente nordamericano, a un repubblicano se eletto Trump, o di nuovo a un democratico, se viene rieletto Biden, il compito di svolgere nuove trattative di pace in Medio Oriente, ma tali trattative rischiano di essere nulle in partenza, se non si rimuovono gli elementi che promuovono l’odio e lo scontro tra ebrei e arabi in Medio Oriente. Quel che va creata e stabilizzata è la convivenza pacifica fra arabi ed ebrei e non solo in Israele ma in tutto il Medio Oriente, da Teheran e da Riyad fino a Gerusalemme: ogni trattativa o creazione di nuove entità territoriali autonome a Gaza, sarà vana senza questo presupposto, senza il dialogo tra le civiltà, che va ben oltre la nascita e la prosecuzione degli Stati,come realtà storica dinamica.
Leonardo Dini

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