
La Groenlandia si presta all’America perché si sente minacciata. È questa, almeno, la chiave con cui viene presentata la nuova partita sull’enorme isola artica: Russia e Cina potrebbero rappresentare una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e Washington vuole quindi rafforzare la propria presenza in una zona che, per posizione geografica e importanza strategica, è diventata sempre più delicata. La Groenlandia, infatti, non è soltanto ghiaccio, neve e orsi polari. Si trova in una posizione strategica nell’Artico, tra il Nord America e l’Europa, e rappresenta un punto importante per il controllo delle rotte artiche e per la sorveglianza militare. Per gli Stati Uniti, dunque, averla saldamente nella propria sfera di sicurezza significa anche sentirsi più protetti nei confronti di Russia e Cina. E qui viene spontanea una domanda: se una grande potenza considera legittimo preoccuparsi di ciò che accade a mille chilometri dai propri confini, perché dovrebbe essere incomprensibile che la Russia si sia preoccupata dell’avvicinamento della NATO alle proprie frontiere? Attenzione: questa domanda non significa giustificare l’invasione dell’Ucraina. Putin ha deciso di invadere un Paese sovrano e questa responsabilità rimane sua. Significa però provare a capire il contesto nel quale quella decisione è maturata, senza trasformare ogni tentativo di analisi in una dichiarazione di tifo per Mosca. Perché l’Ucraina è diventata proprio il punto nel quale si sono incontrate due esigenze di sicurezza contrapposte. Da una parte Kiev ha cercato sempre più protezione e integrazione nell’Occidente; dall’altra Mosca ha considerato l’eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO una minaccia strategica intollerabile. È dentro questa contrapposizione che bisogna collocare l’invasione del 2022. E arriviamo così a Istanbul. Nei primi mesi della guerra, mentre continuavano i combattimenti, Russia e Ucraina avviarono una serie di negoziati che nel marzo-aprile 2022 portarono a Istanbul. Non si arrivò a un trattato di pace definitivo, ma vennero discusse possibili condizioni per fermare la guerra, comprese la neutralità dell’Ucraina e garanzie di sicurezza. Su ciò che accadde successivamente esistono ricostruzioni differenti. Una delle più diffuse attribuisce a Boris Johnson, allora primo ministro britannico, un ruolo importante nel convincere Zelensky a non accettare un accordo con Mosca. Altre ricostruzioni contestano questa lettura e sottolineano che il negoziato era già pieno di ostacoli e che non esisteva un accordo di pace pronto per essere semplicemente firmato. Ecco perché, a mio avviso, sarebbe più serio discutere di Istanbul senza trasformare Boris Johnson nel solo responsabile del fallimento. La domanda interessante è un’altra: quanto sarebbe stato possibile ottenere allora, quando Russia e Ucraina erano ancora sedute intorno a un tavolo, e quanto è costato all’Europa il fatto che quella possibilità non si sia concretizzata? Putin, intanto, ha commesso quello che considero il suo errore più grave: ha trasformato una controversia sulla sicurezza in una guerra d’invasione. Ma proprio perché la guerra è diventata una tragedia, sarebbe utile smettere di raccontarla come una partita nella quale ogni mossa dell’Occidente è automaticamente giusta e ogni osservazione sulle responsabilità occidentali equivale a essere “putiniani”. Non funziona così. Il rischio vero è che, passo dopo passo, ogni parte abbia finito per convincersi che la propria sicurezza richiedesse di aumentare l’insicurezza dell’altra. La NATO si allarga perché teme la Russia; la Russia reagisce perché teme la NATO; gli Stati Uniti rafforzano la propria presenza nell’Artico perché temono Russia e Cina; Mosca e Pechino leggono quel rafforzamento come un ulteriore accerchiamento. È il paradosso della sicurezza: ciò che una potenza fa per sentirsi più protetta può essere interpretato dall’altra come una minaccia. E qui torniamo alla Groenlandia. L’isola diventa così l’ennesimo tassello di una partita molto più grande, nella quale non si tratta soltanto di territori, ma di basi militari, rotte commerciali, risorse, alleanze e soprattutto percezioni di sicurezza. Il problema è che, quando ogni giocatore pensa di avere ragione a rafforzarsi, il tavolo diventa sempre più affollato di armi e sempre più povero di diplomazia. E allora la domanda finale non è se Trump, con la Groenlandia dalla sua parte, possa sentirsi più tranquillo. La domanda è se questo continuo bisogno delle grandi potenze di sentirsi più sicure non stia producendo, paradossalmente, un mondo nel quale tutti hanno più paura. Come direbbero a Roma: “Semo proprio in una botte de fero”. Solo che, stavolta, la botte potrebbe essere piena di benzina.
Angelo Santoro

Lascia un commento