C’è tanta materia in questo film , forse troppa per potersi trasformare in una vera occasione di bello. Peccato.

E allora ti capita di vedere l’ultimo film di Sorrentino, unico film italiano in concorso al Festival di Cannes, in una sala con poche altre persone (il che ti predispone a godere dello spettacolo come se fosse riservato solo a te) e di alzarti alla fine con un senso desolante di vuoto, uscire dal cinema e avere freddo non per questioni climatiche ma perché rabbia e desolazione ti crescono dentro e ti chiedi dove volesse arrivare Sorrentino. Mira alto il nostro osannato regista e lo si capisce fin dai titoli di testa quando cita Céline e il suo “Viaggio al termine della notte”
“La Grande Bellezza” è il quadro della realtà che stiamo vivendo in questi giorni in Italia come nel resto d’Europa ma è soprattutto Roma che Sorrentino mostra con una fotografia spietata alla ricerca di quella purezza che sola può arrivare alla grande bellezza. Definito da qualcuno “La dolce vita” del 2000non è neanche quello, infatti Fellini girava con gli occhi e il cuore di un fanciullo, palpitava con la città, amava Anita,
voleva la “purezza” per Marcello. Sorrentino non fa niente di questo per i suoi personaggi.
E’ il ritratto di un’umanità desolatamente vuota quello che ci scorre davanti agli occhi per due ore e mezzo (e forse almeno mezz’ora il regista ce la poteva risparmiare). Fin dalle prime scene Roma è una città di fantasmi percorsa solo da rari nottambuli, attraversata alla luce del sole da gruppi di turisti che tutto fotografano, pronti a cadere fulminati dalla sovrabbondanza barocca di fontane, statue, palazzi. Alle prime luci dell’alba le voci polifoniche di un coro si alzano dalla sponda opposta a Castel sant’Angelo
E’ un film più di monologhi che di dialoghi quello di Sorrentino, monologhi di un Servillo/Jep Gambardella alter ego del regista e novello Virgilio per lo spettatore invitato ad esplorare il moderno inferno di intellettuali presuntuosi ancora pieni della loro cultura liceale che si annoiano facendo finta di divertirsi sulla terrazza con vista Colosseo. Notevole la discussione con Galatea Ranzi, attivista di sinistra, “mamma e donna con le palle” (ha scritto 11 romanzi , lei, e una storia del partito, contro l’unico romanzo di Jep), annientata dalla feroce ironia di Jep che con un perfido sorriso le espone tutte le contraddizioni della sua vita meschina e inconcludente.
Jep ha scritto il suo primo e unico romanzo a 26 anni e ha vinto il Premio Bancarella, poi è stato fagocitato dalla Roma vissuta solo di notte.
Da promettente scrittore si trasforma in “re delle feste”, si limita a intervistare un’artista che afferma “sento le vibrazioni” ma non sa spigare cosa sia una vibrazione, passa accanto ad un’educanda che osserva il suo passare alle prime luci dell’alba da dietro le grate del giardino del convento, ma non la vede neanche e forse era quella “purezza” che lui cercava.
Festeggia i suoi 65 anni circondato da eroinomani e artisti falliti, mentre da una torta a forma di Colosseo esce Serena Grandi ex soubrette ormai in disarmo, convinto di avere degli amici ma disincantato e cosciente di non averne neanche uno quando la mattina all’alba torna a casa e beve il caffè preparato dalla governante prima di andare a dormire e vedere nel soffitto della sua camera il mare in cui si tuffava davanti all’unica donna amata in età adolescenziale.
La bellezza esiste solo per pochi attimi di notte e all’alba e Sorrentino riprende Roma solo in questi due momenti perché come dice Jep in uno dei suoi monologi finali “…E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento…gli sparuti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”. E in questa frase tutto il significato del film. Presuntuoso e freddo il regista senza dubbio bravo ha in Toni Servillo , il deus ex machina del cinema italiano, un interprete
sublime. Anche se lontano anni luce dalla saggezza attiva del Sean Penn di “This Must Be the Place” il malinconico Jep riflette sull’inutilità della sua ricerca: La grande bellezza è dentro di noi e non la si trova certo buttando via la vita in una vacua frequentazione di artisti, scrittori, alti prelati, sante che dormono per terra ma albergano in hotel a cinque stelle, tutti falliti anche se inconsapevoli di esserlo. E anche Sorrentino che cerca sempre nei suoi film La grande bellezza , in questo film è troppo freddo e distaccato osservatore per conquistarla. Manca di quell’afflato con i suoi personaggi, manca la capacità di commuoversi e soffrire con loro, manca quell’empatia con il pubblico , che sola riesce a fare grande un film. Peccato.

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