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La Germania fuori dalla moneta unica

La Germania non accetta di aumentare gli investimenti e la spesa pubblica per ridurre il suo surplus ed è per questo che si pone fuori dall’euro e la signora Merkel non può dare lezione a nessuno, Trump compreso.”

di Tommaso Sessa | 5 Febbraio 2018

Caro Roberto Rovaris, la creazione della moneta unica avrebbe dovuto essere la risposta del Vecchio Continente alla Globalizzazione e contemporaneamente il tentativo di inglobare la Germania, dopo la riunificazione, al progetto europeo. Per fare questo si pensò di andare oltre l’unione doganale, ma l’errore fu quello di pensare che l’unione monetaria, da sola, avrebbe accelerato il processo di unificazione politica. Ciò purtroppo non è avvenuto e con la fine del QE, messo in atto dalla BCE presieduta da Draghi senza una riforma in senso generale dell’Eurozona, ritornerà a breve il pericolo della dissoluzione dell’euro. Per quanto riguarda la tua domanda sul tasso di conversione dall’euro alle monete nazionali, questo è stato sicuramente sbagliato. In quel momento la moneta più forte dell’Unione Europea era il marco tedesco che valeva circa 1000 delle vecchie lire. Un tasso di conversione corretto avrebbe dovuto essere 1 marco uguale a 1 euro. Al contrario, fu deciso 1 euro pari a 2 marchi. Questa conversione fu voluta soprattutto dalla Germania che voleva un euro più forte del dollaro. L’impatto su tutte le economie fu devastante, in particolare su quella italiana e francese, e determinò un’inflazione molte forte che però non fu registrata completamente nella sua entità perché preventivamente furono cambiati il paniere dell’Eurostat e quelli degli altri Istituti di Statistica europei. Ricordo che il professor Padoa Schioppa, in un suo saggio pubblicato nel 2004 dall’Editore Il Mulino dal titolo “L’euro e l’inflazione”, ebbe modo di affermare che l’89% dei cittadini dei Paesi della moneta unica, che avevano avvertito una forte inflazione, erano stati vittime di un’allucinazione collettiva. Non era mai successa, nella storia del mondo, l’introduzione di una moneta negli Stati senza l’esistenza di un ordinamento federale o senza la conquista da parte di altri Stati. Ancora oggi gli Stati che hanno adottato un’altra moneta pacificamente riguarda piccoli Paesi o Principati come il Principato di Monaco o Andorra o San Marino o il Lussemburgo che ha meno abitanti di Ostia. Esiste solo un precedente nel 1865, quello dell’unione latina tra Svizzera, Belgio, Grecia, Romania e Stato Pontificio che fallì miseramente nel giro di qualche anno. Insomma, aver creato l’euro prima di un’unione politica e con un Mercato Unico ancora in costruzione fu una vera e propria fuga in avanti che non ha favorito un processo di ulteriore integrazione, ma una maggiore divisione tra Nord Europa ed Europa del Sud. Le recenti elezioni in Francia, in Spagna, in Olanda e nella stessa Germania hanno fatto registrare un profondo malessere che sarà confermato anche nelle prossime elezioni in Italia. In particolare, la Germania che dovrebbe dare l’avvio alla riforma dell’Eurozona in senso federale, è completamente paralizzata, visto che dopo le elezioni del 24 settembre 2017 non riesce ancora a darsi un governo. È fallita la scommessa che l’introduzione di una moneta unica avrebbe dato una spinta ad una unione politica nell’Unione Europea. Non ci sono, al momento, le condizioni di una svolta positiva né tantomeno la possibilità della creazione di un euro mediterraneo e di un euro tedesco per la non disponibilità di Francia e Spagna. Aldilà dei proclami di Macron, siamo in una situazione in cui sta finendo la luna di miele tra i francesi e il nuovo presidente, la Spagna dopo due elezioni a un governo molto debole e alle prese con la crisi della Catalogna e in Germania Merkel e Schulz, ove riuscisse il tentativo di una grande coalizione, non sono certo in grado di far fare un salto di qualità all’Eurozona in senso federale. In particolare nel nostro Paese, a quattro settimane dalle elezioni politiche, i sondaggi ci dicono che non c’è una maggioranza nemmeno mettendo insieme PD e Forza Italia. Chiedo scusa per il mio pessimismo, ma non posso che prendere atto della situazione. All’Italia non va bene la forte rivalutazione dell’euro e la fine del QE che i tedeschi chiedono a gran voce. La verità è che non è l’Italia né la Francia né la Spagna che devono uscire dall’euro, ma la Germania. A noi stava bene un euro a 1,05 sul dollaro, non va bene una forte rivalutazione dell’euro e Berlino che non vuole prendere atto del suo surplus commerciale che vale ormai 8 punti di Pil e che ammonta a 262 miliardi l’anno. Questo, come dice Weidmann, capo della Bundesbank, non è solo un problema interno alla Germania, ma di tutta l’Eurozona. La Germania non accetta di aumentare gli investimenti e la spesa pubblica per ridurre il suo surplus ed è per questo che si pone fuori dall’euro e la signora Merkel non può dare lezione a nessuno, Trump compreso.”

 

Tommaso Sessa

 

Pubblicato in : Primo pianoTag: bce, belgio, bundesbank, crisi, draghi, elezioni, elezioni politiche, euro, europa, francia, germania, globalizzazione, governo, grecia, integrazione, italia, la germania, mercato, mercato unico, merkel, mondo, moneta unica, olanda, pd, processo

Info Tommaso Sessa

Presidente nazionale di Risalire Italia

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