La nostra generazione non ha problemi concreti.
Hai voglia a cercare: non ce li ha.
Andiamo tutti all’università, con pochi soldi si prende un aereo e si va dove ci pare, se vuoi convivere col fidanzatino nessuno ti dice niente, hanno legalizzato tutto quello che ci serviva, non c’è nessuna guerra che ci tocchi troppo da vicino.
L’antonomasia di una massa fatta per marciare a testa alta e col cuore abbronzato verso il progresso? Macché.
L’università diventa una culla dalla quale è difficile schiodarsi, con tante possibilità di viaggio si passano i giorni a consultare l’atlante, nessuno ha più voglia di famiglia, non si sa contro quale nemico scagliarsi. Intendo, un nemico con la faccia cattiva a cui dare tutta la colpa.
E allora che si fa? Galleggiamo, in un’inquietudine cronica che dovrebbe dio sa perché giustificarci del nostro fluttuare, cerchiamo di grattarci via un’insoddisfazione contagiosa, andiamo alla ricerca di qualche mancanza su cui scaraventarci. Grande invenzione, le mancanze: almeno hai uno scopo finché non le riempi. Mancano le mancanze, ecco il nostro guaio: sarebbero da ricostruire, come ha detto qualcuno, se solo si potesse farlo evitando un clamoroso passo indietro.
Non resta che dire il vuoto. Bisogna mangiarlo, farne un’indigestione, deve venirci una nausea che porti nuovamente alla voglia di costruire. Smettendola di inseguire valori sepolti o di crearne altri plastificati. Ci lamentiamo di quel che c’è, di quel che non c’è e di come dovrebbe essere, e ci beviamo su; il punto di partenza abortisce e non lascia tracce.
Bisogna dire il vuoto, la scia d’assenza che assorbe tutto, l’ottimismo, l’orizzonte, i sensi, le idee. Che abbraccia senza affascinare, né spaventare; che non è godimento, che non strugge.
Per capire e non avere paura. Per imparare, quando proprio diventa necessario, ad accettare il fallimento e l’impotenza, senza smorfie.
Il pensiero e la sensibilità sono ciò che ci rimane, mentre gli altri giocano alla vita.
Quelli che restano in panchina, correndo da fermi più dei loro compagni in campo, si fanno forza a vicenda.
Approderanno pur a qualcosa, prima o poi.
Altrimenti, avranno sprecato i giorni a farsi domande, per finire esausti, bollenti e questo, in ogni caso, è un modo onorevole d’intrattenersi.
Ornella Tajani

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