Non posso che esser apologeta della fuga.
La fuga dalle dignità, dal buon senso, dalla cultura, dalla conoscenza, dalla consapevolezza, dall’essere, dal dio, dai morti, dai figli, dall’inganno, dalla carne, dal piacere, dai sepolcri, dalla verità, dal contratto, dal niente.
Null’altro che la fuga
Non che io lo voglia. Non che sia una riflessione accolta, esaltata, poi pentita. Quindi macinata e, macerata, trascinata nel ripostiglio della consapevolezza. Dunque, urlata, straziata, disconosciuta.
Non è mia la fuga.
La fuga è degli eventi nel ricordo fugace, breve. Corto, alfine, al loro farsi. Insofferente a se stesso. Attimo di un tempo che si completa frantumandosi nelle sue frazioni. Singulto. Di occhi senza segmenti su cui modulare le distanze. Quando, la vita si enuncia in rivelazioni vocianti. In cantilene senza maschere o in flagellanti pronti a sottrarre il sangue alla immagine della vergine penitente. Privati dei volti da svelare. Privati delle stimmate da mostrare.
La fuga.
E non è più il sortilegio del racconto tramandato. La nemesi. L’espiazione della continenza. Ora, è lo scempio.
E’ il tempo della parola venduta. Della scienza senza conoscenza.
(f)

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