Di nuovo è l’8 Marzo. Anche quest’anno, mi alzerò presto e comprerò un ramo di mimosa da portare a mia madre sulla sua lapide, perché al festeggiamento di alcune corrisponde il pianto di altre, come spesso accade.
Un pianto personale cui associo anche il dispiacere pubblico e politico per come le donne vivono, lavorano e operano nel loro piccolo o grande mondo esterno.
Mia madre provò a lavorare per un po’ e poi smise. Provò ad essere una brava moglie per molto tempo e poi smise. Provò anche ad essere una madre impeccabile per tutta la vita poi morì e smise.
Ecco, anche noi cerchiamo di essere tutto e tutte, ottime lavoratrici, casalinghe, madri, mogli e amanti e figlie e sorelle e anche sindacaliste o esponenti politiche. Volontarie. Ma arriva il giorno in cui schiacciate tra l’uscio ed il muro dei doveri moltiplicati ed i tempi sottratti,pensiamo di smettere. Anzi smettiamo.
I dati provenienti dai Ministeri del lavoro, degli affari sociali e della Sanità ci indicano che questo stadio di sofferenza è reale ed ha raggiunto livelli allarmanti, mentre in politica per noi donne mancano i numeri per sferrare battaglie decisive volte alla riqualifica della nostra vita come madri, donne, lavoratrici e pensionate.
C’è qualcosa da festeggiare? Si può continuare nel nome della modernità ad arrancare in salita, con la zavorra della famiglia e del lavoro fuori casa e dell’impegno sociale cui il mondo ci chiama, sempre e quando sulla vetta ci attenda un riconoscimento ufficiale, una ricompensa materiale per lo sforzo debilitante compiuto nell’arco della nostra vita. Almeno un premio di consolazione. Io qui aspetterò il mio trofeo sotto forma di assegno mensile, la pensione per le casalinghe.
Invece alla fine del tragitto per molte di noi c’è solo il riposo eterno e definitivo del morire. Mia madre così scelse l’8 Marzo, per sottolineare il bel traguardo da lei raggiunto dopo una vita di lotte e di tragiche sconfitte. Le mie amiche in questo giorno di festa si scatenano in discoteca, si godono uno streap tease di maschi succulenti ( giusto esempio di par condicio ai livelli più bassi però) e bevono parecchio, loro che non sono abituate. Ribellione piccola e pericolosa, proibita dal codice stradale. Io esco tanto e brindo appena posso tutto l’anno. Strasera non esco. Scriverò invece per noi, una proposta di legge che voi a cambio firmerete e farete firmate per la sua approvazione: vogliamo, retribuite dal datore di lavoro, riposare dal lavoro due giorni al mese, tutti i mesi, per tutti gli anni in cui avremo il dolore ed il piacere del ciclo mestruale. Dolore fisico e felicità spirituale per il segno vero e visibile della nostra maternità, reale o potenziale che sia. Due giorni al mese, 24 giorni all’anno in più per noi che abbiamo normalmente meno , rispetto agli uomini, compreso il tempo di studiare, di riposare, di far figli, di far politica e di divertirci. 24 giorni retribuiti, o meglio, rimborsati, perché già pagati col sangue.
Buona festa a tutte noi.
Elena Ronconi

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