Un confronto, sul tema della giustizia, che attraversa i millenni e che rinvia sempre a Parmenide
Da bambini, più facilmente, è uso prendere parte ad un gioco nel quale occorre individuare le differenze tra due immagini. A primo acchito, sembra proprio che non ce ne siano, ma facendo bene attenzione si scopre poi che le differenze possono essere anche tante, e talvolta una o più, così significative, che addirittura svelano una diversa rappresentazione – magari così come originariamente nata e pensata dalla mente che l’ha raffigurata -, rispetto a quella da noi dapprima pensata, e in definitiva la configurazione di un’immagine diversa, un’altra immagine. Di cui è per l’appunto causa una rappresentazione diversa. E quindi, ricapitolando il percorso, per ciò che è causa: il nesso logico nascosto è causa della rappresentazione che è causa dell’immagine che è oggetto di ciò che comunemente chiamiamo interpretazione. Non solo di un immagine, ma anche ad esempio di un testo. Ed eccone, di seguito, un esempio. Un esempio di due diverse traduzioni dello stesso testo in greco (Parmenide, Poema sulla natura, frammento 2, vv. 1-8).
Prima traduzione
Orbene io ti dirò e tu ascolta attentamente le mie parole, quali vie di ricerca sono le sole pensabili; l’una ‘che dice’ che è e che non è possibile che non sia, è il sentiero della Persuasione (giacchè questa tiene dietro alla Verità); l’altra ‘che dice’ che non è e che non è possibile che non sia, questa io ti dichiaro che è un sentiero del tutto inindagabile: perché il non essere né lo puoi pensare (non è infatti possibile), né lo puoi esprimere, …….infatti il pensare implica l’esistere (del pensato).
Seconda traduzione
Se molto io parlo, tu accogli e ascolta il (mio) discorso, quali sole vie di ricerca sono pensabili: la prima: che (l’essere) è e che non è non essere, è la strada della Persuasione (infatti accompagna la Verità), la seconda: che (l’essere) non è e che è necessario che non sia, questo io ti insegno che è un sentiero del tutto sconosciuto; né infatti potresti conoscere il non essere (non è infatti possibile) né potresti esprimerlo.
Or dunque, sembra piuttosto evidente che le due traduzioni differiscano sostanzialmente. E, in particolare, perché, nella prima parte entrambe le traduzioni lasciano supporre agevolmente l’esistenza di due percorsi (sentieri), logici (pensiero) e al tempo stesso esistenziali (essere/non essere); ma, soltanto la prima traduzione dice che, alternativamente, entrambi i sentieri abbiano la possibilità/impossibilità, corrispondentemente, di essere/non essere. Entrambi i sentieri indicati, sia in apparenza che in conclusione di ragionamento, sono due: il sentiero dell’essere e il sentiero del non-essere. Ma la differenza, ripeto sostanziale, è che il sentiero dell’essere così come pensato rappresentato e descritto nella prima traduzione del testo è anche il sentiero del possibile, o meglio di tutto ciò che è possibile. Così, come poi vedremo. Non così, è detto invece nella seconda traduzione. O, almeno, così sembrerebbe. In quanto, e viceversa, anche nella seconda traduzione, del settimo e ottavo verso, palesemente è detto che né infatti potresti conoscere il non essere (non è infatti possibile) né potresti esprimerlo. E quindi, brevemente, si desume ragionevolmente che sia presupposto, comunque antecedentemente al testo, che: esiste la certezza che l’essere è ma anche la possibilità che l’essere (medesimo) sia.
In ambito di discorso logico, ammettere la possibilità che una cosa (ente) sia o non sia è tuttavia una scelta gravida di conseguenze. A tale proposito, basti considerare la seguente annotazione tratta da wikipedia … Introducendo gli enti, Aristotele cerca di risolvere il problema ontologico di conciliare l’essere parmenideo col divenire di Eraclito, facendo dell’ente un sinolo indivisibile di materia e forma: infatti, la materia possiede un suo modo specifico di evolversi, ha in sé una possibilità che essa tende a mettere in atto. Ogni mutamento della natura è quindi un passaggio dalla potenza alla realtà, in virtù di un’entelechia, di una ragione interna che struttura e fa evolvere ogni organismo secondo leggi sue proprie … Facendosi il discorso apparentemente più complicato, si potrebbe obiettare che nulla avrebbe a che fare con la cosiddetta vita “reale”. Ma, lo sbaglio e l’inganno maggiore sarebbe, in effetti, esattamente questo.
Il concetto di possibilità è introdotto da Aristotele con l’uso del termine potenza, con l’aggiunta, come ripreso dallo stesso Emanuele Severino, che “ciò che è in potenza è in potenza gli opposti”. Ovvero, trattandosi del rapporto ad esempio tra l’embrione (potenza) e l’uomo (atto), usando le stesse parole di Severino, “questo vuol dire che, se l’embrione può diventare un uomo in atto, allora, proprio perché ‘lo può’ (e non lo diventa ineluttabilmente), proprio per questo può anche diventare non-uomo, cioè qualcosa che uomo non è …”. Tralasciando il resto del ragionamento che Severino sviluppa in proposito, si noti che, adoperando le categorie aristoteliche di potenza e atto, egli comunque compie, per così dire, un salto, e non solo logico, nel ragionamento. Correttamente: l’embrione è in potenza ciò che successivamente diventerà in atto; così come l’uomo è in potenza ciò che successivamente diventerà in atto. In entrambi i casi, il pensiero o il fatto che l’embrione possa o non possa diventare un uomo o qualsiasi altra cosa significa soltanto che l’ente, quale che sia, muta; è cioè soggetto, oltre che alla legge (presunta) dello spazio, alla legge (altrettanto presunta) del tempo, e quindi al cambiamento.
Ora, al punto in cui siamo, due sono innanzitutto le considerazioni che ritengo dovremmo svolgere e meglio sviluppare. La prima, in base alla quale, non è affatto vero che Parmenide abbia negato la mutabilità, così come viceversa Eraclito abbia negato l’immutabilità, dell’essere. La seconda, che Parmenide, elaborando il concetto di eternità, abbia commesso l’errore di interpretarlo in maniera non corretta, come invece avrebbe diversamente operato Emanuele Severino nel corso di tutta la sua opera. Partiamo, allora, da questo secondo presumibile assunto.
Infatti, la distinzione di potenza e atto serve ad Aristotele per, così dire, dare ragione del tempo, non tanto della sua presunta esistenza, quanto piuttosto e innanzitutto del cambiamento che, almeno, così appare nelle cose. E cioè, il divenire delle cose stesse. Viceversa, per quanto concerne il pensiero di Emanuele Severino, il divenire ivi non alberga e per tanto egli ripetutamente scrive, talvolta fino alla noia, che il sentiero dell’essere è costellato da eterni astri che si succedono nel cielo dell’apparire. E tuttavia, la domanda è: questi eterni astri appaiono così come appaiono, ma, non potendo non apparire, potrebbero anche non apparire così come appaiono? Questa possibilità, è? Laddove “è” significa, innanzitutto, può o non può essere pensata; e inoltre, può o non può esistere?
Severino insiste e persiste sul concetto di eternità, tutta la sua filosofia, o meglio tutta la sua disquisizione logica ruota intorno all’elaborazione di questo concetto, che tuttavia, come ogni tauto-logia, non ha bisogno di prove, ma rappresenta un’unica e totalizzante certezza. Qualcosa di diverso dalla fede, dal depositum fidei che rappresenta la certezza del credente, ma pur sempre una veritas, una verità così certa che esclude ogni essa stessa o diversa possibilità.
Dike, pertanto, non è affatto la giustizia della politica che dovrebbe presiedere al riparo del danno e soprattutto del torto subito. Dike rappresenta invece la necessità del vincolo che tiene unite la realtà dell’essere o delle cose (o enti, per Aristotele e gli antichi greci) nell’atto del loro apparire. La necessità, dunque, e non invece la possibilità che le cose siano così come appaiono.
Ma Parmenide (e dubito lo stesso Eraclito!), non hanno affatto inteso dire questo. Falsa la tradizione, perpetrata per circa 25 secoli, di cercare una risoluzione al presunto problema ontologico di conciliare l’essere parmenideo col divenire di Eraclito. Falso che Parmenide abbia negato sia il divenire che la molteplicità apparenti. Falso ancora che Parmenide non abbia trovato “la” soluzione. O meglio, la soluzione alla questione dell’essere che, ricompresa nell’ottica del possibile, appaia l’unica secondo Giustizia … la Giustizia preposta alle pene detiene le chiavi girevoli (fr. I, 14) … Benigna m’accolse la Dea (fr. I, 22) … Bisogna che tutto tu sappia, sia della verità rotonda il sapere incrollabile sia ciò che sembra agli uomini, privo di vera certezza. Saprai tuttavia anche questo, perché le parvenze che dovevano plausibilmente stare in un tutto, pur tutte restando (fr. I, 28-31).
In fine, eccone la prova. Certa e inoppugnabile. Espressione del pensiero e dell’esistenza. Ma poi che le cose tutte hanno di luce e notte il nome e questi nomi, secondo le potenze loro proprie, son dati a questi e quelli, tutto è pieno insieme di luce e notte inapparente, l’una e l’altra pari, dacchè niente è che non è con l’una o l’altra (fr. IX). Traduzione questa, che, prima della chiusura, merita solo una brevissima annotazione, da parte dello stesso traduttore: “Dopo aver individuato nella luce e nella tenebra i due principi antitetici dell’esperienza umana (fr. 7/8, vv. 58-64); Parmenide precisa, con i versi del fr. 9, che essi debbono essere di conseguenza quantitativamente equipollenti: se ogni rappresentazione umana non può sussistere altrimenti che come parte della luce o parte della tenebra o mescolanza in una proporzione determinata di luce e tenebra, e così, inversamente, ogni rappresentazione opposta (n.d.r.: si tratta qui esattamente di “ciò che è in potenza è in potenza gli opposti”), ne consegue che luce e tenebra hanno identica presenza ed estensione” (G. Cerri).
Le cose hanno nomi, e quindi “forma”, ma sono anche cose secondo le potenze loro proprie, e quindi hanno “sostanza”. Le cose restano uguali, infatti tutto è pieno insieme di luce e notte inapparente; ma anche cambiano, secondo la possibilità più estesa che hanno di cambiare, l’una e l’altra pari, dacchè niente è che non è con l’una o l’altra. La soluzione è qui o lì. Semplicemente, si sarebbe detto una volta, a portata di mano. Oggi, a portata di clic.
P.S.: Parlando di giustizia, molti avrebbero potuto ritenere che Severino nel suo libro parlasse di politica. E invece, assolutamente no. Infatti, anche Severino sa bene che l’unico scopo della politica è quello della conservazione del potere. Ovvero, il mantenimento della propria capacità, di ogni più ampia capacità possibile. Altro dal cambiamento, che per la politica rappresenta quasi ovunque un pericolo. Ma il cambiamento è necessario per la crescita, sia dell’individuo che della comunità. Nel corso della modernità, abbiamo quindi ampiamente sperimentato che la politica produce indifferenza, mentre l’economia, che produce quasi sempre cambiamenti, attrae viceversa quasi ovunque sia interessi che aspettative. La realtà stessa produce comunque cambiamenti … Oggi, in periodi di cosiddetta crisi, quando l’economia per così dire arranca, il cambiamento rappresenta piuttosto il prodotto della tecnica … e allora, anche un semplice apparecchio come uno smartphone, connesso ad internet, attrae interessi e perfino soddisfa aspettative. Ca va sans dire: l’idea di possedere il mondo in un clic! Un mondo che rappresenta l’essere, ma che non è comunque capace, almeno non ancora, di rappresentare tutto il possibile. Nonostante la voce della pubblicità, erroneamente, suggerisca: immagina, puoi!

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