La crisi finanziaria ed economica del 2008 ha acuito tensioni mai risolte. Il futuro dell’euro.

La crisi rinviata del capitalismo contemporaneo”; dall’altro, il filosofo Jürgen Habermas autore di molti testi sull’argomento, tra i quali quello letto alla conferenza tenuta all’Università Cattolica di Lovanio quest’anno, dal titolo “Democracy, Solidarity and the European Crisis”, che rappresenta un po’ la summa del suo pensiero sulla crisi dell’UE. Il merito dei partecipanti al dibattito è quello di contestualizzare la crisi che sta squassando il mondo capitalistico e in particolare quello dell’Europa.
Secondo Streeck, le modalità con cui il vecchio continente sta reagendo alla crisi stanno erodendo le basi della democrazia, al solo scopo di salvare il capitalismo da un declino irreversibile: scenario quindi non solo politico, ma anche economico.
Dal punto di vista politico, il capitalismo è sempre stato un problema perché le esigenze dei mercati sono entrate spesso in “rotta di collisione” con le esigenze della democrazia. Poiché queste due esigenze sono state spesso di difficile conciliazione, i governi dei sistemi capitalistici hanno sempre fatto ricorso a particolari soluzioni per superare le contraddizioni tra mercato e democrazia. Da questa esigenza politica è nato il cosiddetto “capitalismo democratico” che, in qualche modo, è sempre riuscito ad “addomesticare” gli animal spirit del libero mercato, ovvero a gestire le dinamiche capitaliste intervenendo laddove e allorquando il libero mercato fosse diventato troppo instabile. Negli anni, per ottenere questo risultato, le soluzioni adottate sono state tre: l’inflazione, il debito pubblico e il debito privato; queste tre soluzioni, praticate nella seconda metà del secolo scorso, hanno costituito tre fasi temporali distinte: negli anni Sessanta, i governi hanno “guadagnato tempo” con la pratica di politiche keynesiane; negli anni settanta, dopo la crisi petrolifera, con il debito pubblico, utilizzato per ammortizzare le tensioni sociali e politiche; dopo la crisi del 2008, con le politiche di austerità. In tutti e tre i casi, lo scopo è stato quello di creare condizioni favorevoli alla sopravvivenza del capitalismo.
La tesi di fondo di Streeck, quindi, è che, dopo l’insorgere delle crisi, il capitale finanziario del capitalismo trova sempre il modo per spingere la società politica ad adottare i provvedimenti utili alla sua salvaguardia. Così, dopo la crisi del 2008, il capitale finanziario del capitalismo europeo ha spinto i governi dei “Paesi più virtuosi” a ricattare quelli più indebitati sull’estero, perché conformassero le loro politiche pubbliche alla salvaguardia delle posizioni dei sottoscrittori dei debiti sovrani; con l’obiettivo, neppure tanto occulto, dello stesso capitale finanziario di liberarsi definitivamente della democrazia attraverso il consolidamento di un governo sopranazionale per il sostegno del libero mercato. Di fronte a questa situazione, secondo Streeck, alla sinistra europea non resta che far “saltare il banco dell’euro”, tornando al conflitto di classe socialdemocratico entro le mura dei vecchi Stati nazionali.
Di diverso parere è Habermas, il quale, pur condividendo l’idea di Streeck secondo cui capitalismo e democrazia sono in costante tensione tra loro, non condivide la sua opzione nostalgica di un ritorno al passato. Per il filosofo tedesco, la democrazia può resistere alle insidie del capitalismo solo grazie all’Europa, a patto che gli Stati membri si decidano a compiere il grande passo verso l’unità politica, al fine di realizzare una comunità di Stati, capace di garantire ai cittadini europei lo stimolo utile a tenere in conto gli interessi di tutti e non solo di quelli dei cittadini degli Stati più forti sul piano economico. Per procedere lungo questa via, Habermas ritiene cruciali la sostituzione delle procedure decisionali del Consiglio europeo con nuove procedure comunitarie, per realizzare un meccanismo che porti alla ridistribuzione, come suggerito da tempo dall’ex Cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt, dei surplus commerciali dei Paesi “più virtuosi” tramite il bilancio dell’Unione, in una prospettiva che coniughi, unione politica, democrazia e solidarietà in uno sforzo di cooperazione che promuova crescita, sviluppo e competitività della zona euro.
Sia la proposta di Streeck che quella di Habermas suggeriscono in realtà delle azioni politiche sufficienti ad affievolire solo i condizionamenti che il capitalismo può esercitare in certi momenti nei confronti della democrazia. Una effettiva salvaguardia di questa può essere realizzata solo fuori dalle sue attuali modalità di funzionamento, istituzionalizzando, una volta compiuta l’unione politica, una procedura automatica che determini la non convenienza ad acquisire, da parte di ciascun Paese durante lo svolgersi delle relazioni economiche intereuropee, maggiori vantaggi relativi, a meno che ciò non vada a beneficio degli Stati più indebitati.
Gli Stati europei più forti, Germania in testa, saranno disposti ad accettare questa prospettiva di integrazione politica? Lo saranno, se la Germania ed i suoi “alleati”, capiranno che l’area economica da essi espressa è troppo piccola per dominare l’intera eurozona e troppo forte per pensare di poter operare da sola. Come osserva Ferrera, l’interesse dell’area tedesca “dovrebbe essere il rafforzamento dell’UE proprio per compensare la propria incompleta egemonia ed evitare che questa generi pericolose tensioni”.

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