Si è messo in atto un processo di sviluppo economico e tecnologico di portata mondiale, che non assume affatto le caratteristiche di un gioco a somma zero, come si era soliti dire della vecchia economia di scambio.

Anche qui da noi, si è discusso piuttosto prima sull’opportunità e poi sulla necessità apparenti di allentare i vincoli di bilancio imposti dalle politiche dell’Unione, per volontà quasi esclusiva della nuova cancelliera di ferro, Angela Merkel.
E tuttavia, in prossimità, si fa strada una strategia di uscita dalla crisi incentrata su un nuovo sistema, di fiscal compact e di controllo accentrato delle attività delle banche operanti nei singoli paesi membri dell’Unione. Un rimedio che è di natura essenzialmente politica, in quanto incide direttamente sull’esercizio del potere di sovranità, nazionale ed internazionale, e quindi ridisegna di fatto gli assetti e i confini dei rispettivi sistemi democratici di governance presenti all’interno dell’eurozona.
Molte sono le ragioni, anche scontate, che vincolano la scelta dell’eurozona. In primis, gli effetti, in gran parte positivi, della globalizzazione. Per la prima volta, nella storia dell’umanità, si è messo in atto un processo di sviluppo economico e tecnologico di portata mondiale, che non assume affatto le caratteristiche di un gioco a somma zero, come si era soliti dire della vecchia economia di scambio. La crescita economica ha permesso a molti paesi di uscire da uno stato di ancestrale povertà e, per alcuni di essi, intrapresa la via dello sviluppo, si parla oggi di economie emergenti, in quanto divenute competitive in ambito internazionale.
Di riflesso, questo generale processo di cooperazione e sviluppo non consente più oggi alle economie dei paesi dell’eurozona, tradizionalmente avanzate, di agire singolarmente. Entro la prima metà del XXI secolo, si stima che la popolazione mondiale potrebbe raggiungere i nove miliardi di persone e quella europea ne rappresenterebbe solo il 7%, rispetto al dato odierno del 20%. Inoltre, si stima anche che, sempre nel 2050, la quota del Pil europeo, in rapporto al PIL globale, potrebbe ridursi in percentuale rispetto a quella odierna addirittura di 1/3, dall’attuale 30% ad un futuro ipotizzato 10%.
Se la capitalizzazione (circa 400 miliardi di dollari) di una società come la Apple arriva a superare, e non di poco, l’intero ammontare del PIL (circa 320 miliardi di dollari) della Grecia, come di recente avvenuto, è più che evidente che siamo di fronte a fatti e, conseguentemente, a svolte epocali. Esattamente venti anni fa, nel 1992, un brillante e allora ancora giovane intellettuale, Francis Fukuyama, ripropose all’attenzione del mondo intero (il suo libro La fine della storia e l’ultimo uomo fu tradotto in oltre venti lingue!) la tesi dell’avvenuta fine della storia, con il risultato tuttavia che da più parti non ne venissero compresi appieno sia il senso che il significato. Per tutta una serie di ragioni, che spesso non sono evidenti, ma comunque agiscono nello spazio che il filosofo Emanuele Severino definisce come “il sottosuolo del pensiero occidentale”. E tuttavia Fukuyama indagava allora quello stesso spazio aperto attraverso il quale, oggi, Colin Crouch, nel suo libro più volte anche qui commentato, Il potere dei giganti (2012), si chiede in effetti perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo.
Soprattutto o forse principalmente di questo occorrerebbe pertanto discutere, di un nuovo modo, imposto dall’Apparato tecnologico-finanziario, di fare politica, della necessità, o forse sarebbe meglio dire de-stino di trovare e realizzare un nuovo equilibrio sistemico di potere, in definitiva di questo e di altro ancora di simile. Con buona pace dei berlusconi, bossi, di pietro, grillo, fassina, e tanti altri ancora di cui purtroppo ancora oggi qui da noi tanto si parla!

Lascia un commento