
di Massimo Nava*
È ormai un fenomeno ciclico la messa in scena della Rivoluzione francese. Si ripete, a ondate, dal Maggio Sessantotto, con suggestive rievocazioni intellettuali. Le rivolte delle periferie di immigrati, gli scioperi generali e il blocco del paese contro la riforma delle pensioni, gli autunni degli studenti, i gilet gialli. Ed ecco, in queste settimane, la rivolta degli studenti, con migliaia di arresti e decine di poliziotti feriti. E, prossimamente, la nuova mobilitazione dei gilet gialli e una giornata di protesta indetta per il 17 ottobre. Parallelamente, si agitano altre categorie: funzionari, autostrasportatori, agricoltori, infermieri, pescatori. Tutti hanno qualche cosa da rivendicare in Francia e tutti hanno un bersaglio comune, incarnato dal presidente della Repubblica ed enfatizzato da tutto ciò che l’Eliseo rappresenta: il centralismo, la capitale Parigi, il potere lontano dai cittadini, contro cui si scagliano a vario titolo i territori perduti della Repubblica.
Per queste ragioni, la crisi francese – al di là delle rivendicazioni economiche e sociali oggi avvertite in tutti i paesi europei sotto i colpi dell’inflazione e della fattura energetica – è soprattutto una crisi sistemica che viene da lontano, sinteticamente almeno da quando sono falliti o sono stati affossati i tentativi di riforma dello Stato avviati all’inizio del mandato dall’ex presidente Nicolas Sarkozy e dal presidente Emmanuel Macron. Nel frattempo, il fabbisogno dello Stato è cresciuto a dismisura, la Francia si indebita a tassi mai visti negli ultimi vent’anni (attorno al 5 per cento) e si avvera la proiezione dell’ex premier François Fillon nel 2007: “sono primo ministro di uno Stato alla bancarotta”.
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La crisi sistemica ha due “genitori” che l’alimentano e la rendono praticamente irrisolvibile, salvo appunto una profonda riforma del sistema stesso. Il primo risiede nella natura dello Stato francese, nella sua storia estremamente prodigo di servizi pubblici, assistenza, cure della persona e portato a esaltare la qualità dell’educazione nazionale, della ricerca universitaria, della stessa amministrazione pubblica. Ma questa forma di socialismo democratico, sorretto dal debito pubblico e dalla pesante imposizione fiscale, non è più in grado di garantire le proprie funzioni e quindi di rispondere alle attese dei cittadini che infatti si mobilitano in massa per difendere diritti acquisiti da generazioni o per rivendicare quelli da cui per varie ragioni sono esclusi.
Eppure il “socialismo democratico“ a tutt’oggi costa 900 miliardi di spesa sociale, garantisce assistenza sanitaria anche ai clandestini, spende per l’istruzione più della media europea, non fa pagare le tasse a milioni di francesi a basso reddito, prevede esenzioni e contributi a pioggia, assicura orari di lavoro ridotti e lunghi periodi di ferie retribuite.
Il secondo “genitore” è il modello istituzionale che dal dopoguerra aveva garantito la governabilità e la stabilità del paese (e quindi la fiducia dei mercati). Un modello basato sul carisma e gli ampi poteri dell’Eliseo, sulla forza e il consenso popolare dei partiti storici (il gollista e il socialista) e sull’alternanza politica degli stessi. Non è un caso che la maggioranza dei francesi, a prescindere dalle simpatie politiche, rimpiangano le lunghe stagioni di Mitterrand e Chirac. Gli ultimi anni della presidenza Macron sono stati contraddistinti da crisi politiche a ripetizione, primi ministri bruciati in pochi mesi, elezioni anticipate, tentativi di riforme abortiti. Nel frattempo, il debito è cresciuto fino a superare la soglia simbolica dei tremila miliardi di euro e le crisi internazionali (guerre, energia, dazi) hanno ridotto ancora di più gli spazi di manovra del presidente e dell’esecutivo.
In questo quadro si aggiunge, a peggiorare le cose, la campagna elettorale per le elezioni presidenziali di primavera. Di conseguenza, gli argomenti qui sinteticamente elencati, la rivolta degli studenti e le proteste popolari diventano anche oggetto di polemica politica. L’estrema destra di Marine Le Pen, data dai sondaggi in grande vantaggio, soffia sul fuoco, denuncia la “debolezza” dello Stato, reclama ordine e sicurezza. L’estrema sinistra di Jean Luc Mèlenchon, anch’essa in ascesa, difende tutte le categorie in lotta, invoca una svolta radicale della concezione dello Stato verso un socialismo compiuto.
Fra i due estremi, non si vede all’orizzonte né l’uomo, né la forza che potrebbero riconciliare i francesi con la Repubblica e portare il paese sulla strada delle riforme e del risanamento. I repubblicani/gollisti attraversano una pesante crisi di leadership e di consenso. Il movimento del presidente Macron, dopo l’esaltante drenaggio a spese di tutti, si è ridotto ai minimi termini. Il partito socialista stenta a risalire la china dopo essere arrivato letteralmente al fallimento.
Mentre la Le Pen e Mélenchon crescono, gli altri stentano a trovare un candidato credibile, si lacerano in polemiche interne e in primarie per decidere fra una pletora di candidati. Difficile fare previsioni sulle elezioni di primavera, ma se il ballottaggio si riducesse a una sfida fra le estreme, sarà interessante scrivere la storia della Francia di domani con uno sguardo alla storia di ieri: rivoluzione o restaurazione?
Massimo Nava
*Istituto Ispi

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