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La città che sale

I futuristi italiani si distinsero nel provocare l’opinione pubblica inneggiando ai miti della velocità e del dinamismo nella società industriale, proclamando tabula rasa della tradizione artistico-culturale e della conservazione delle tracce del passato, anche in merito alle trasformazioni urbane di città d’arte come Venezia e Firenze, in contrasto con chi invece voleva tutelarle. Oggi la contrapposizione si ripropone. A Firenze è in corso una trasformazione e riqualificazione del centro storico attraverso percorsi pedonali, linea tranviare ed altro. Se su alcune proposte si può dissentire, non si può certo rimanere ancorati a un’immagine idealizzata della Firenze medievale e rinascimentale; dobbiamo trovare le soluzioni – adeguate ai tempi in cui viviamo – al degrado urbano e civile, dovuto anche al fenomeno della malamovida e ai guasti del turismo di massa.

di Sergio Casprini | 29 Luglio 2023
Umberto Boccioni
La città che sale 1910/11
New York Museum of Modern Art

Umberto Boccioni celebra con La città che sale la crescita industriale della periferia milanese. I tram che passano velocemente, le case in costruzione e, sul fondo, le ciminiere delle fabbriche. Il quadro esalta quindi la tecnologia, l’avvento delle macchine e il dinamismo della moderna metropoli.

In questa metafora visiva Boccioni mette in risalto alcuni tra gli elementi più tipici del futurismo, quali la celebrazione del lavoro dell’uomo come artefice di un nuovo mondo e il valore della crescita culturale e sociale della città moderna in ragione del progresso tecnico e industriale.

Nel contesto trasgressivo delle avanguardie artistiche dell’inizio del Novecento, i futuristi italiani in particolare si distinsero nel provocare l’opinione pubblica inneggiando ai miti della velocità e del dinamismo nella società industriale e proclamando la tabula rasa della tradizione artistico-culturale e della conservazione delle tracce del passato. La loro hybris modernista si manifestò anche nei confronti delle città d’arte come Venezia e Firenze, riproponendo in forme parossistiche, in merito alle trasformazioni urbane, la secolare Querelle des anciens et des modernes, la contrapposizione tra chi voleva tutelare, così come erano, le vestigia dei centri storici e chi era favorevole al “piccone demolitore” in nome del progresso e della modernità.

E contro il piccone demolitore fu costituita a Firenze nel 1898 l’Associazione in difesa della Firenze antica, che con il sostegno di molti intellettuali stranieri, di storici e di artisti si oppose alla demolizione del centro storico iniziata negli anni di Firenze capitale.

Proprio in quegli anni, infatti, l’architetto Giuseppe Poggi aveva cominciato a realizzare il suo Piano di Risanamento e Ingrandimento Urbano, progettando una città moderna ed europea, con la creazione di infrastrutture che la aprivano verso l’esterno, come i viali di circonvallazione, ma anche al suo interno verso il fiume con i nuovi lungarni. A questo si aggiunsero aree di verde pubblico, piazze ampie e larghe vie, moderni fabbricati residenziali, anche per risolvere notevoli problemi di ordine igienico e di degrado sociale dell’intero centro storico.

Il piano urbanistico fu osteggiato da intellettuali, artisti, esponenti di spicco della società civile, romanticamente ancorati alla salvaguardia di tutte le vestigia della Firenze rinascimentale e medievale, nonostante che l’architetto fosse un serio professionista e non una testa calda come i futuristi.

Se nell’Ottocento la modernizzazione delle infrastrutture si realizzò con la creazione dei viali di circonvallazione ed in particolare con i Lungarni, in una relazione virtuosa tra l’antico e il moderno, oggi l’amministrazione comunale di Firenze prefigura una trasformazione e una riqualificazione del centro storico basata su una ridefinizione dei percorsi urbani sia pedonali che veicolari tra centro e periferia, in particolare con la realizzazione di diverse linee tramviarie.

E se si può dissentire su alcune proposte di sapore futurista o di architettura radicale, anche in nome di una corretta politica verde, come gli alberi di arancio nel tratto di via Cavour fra piazza San Marco e Palazzo Medici, non possiamo però restare ancorati a un’immagine idealizzata della Firenze medievale e rinascimentale; dobbiamo trovare le soluzioni – adeguate ai tempi in cui viviamo – al degrado urbano e civile, dovuto anche al fenomeno della  malamovida e ai guasti del turismo di massa.

Nel Salone del Cinquecento a Palazzo Vecchio tra le immagini celebrative del potere mediceo si intravede una decorazione simbolica, ripetuta più volte: l’immagine di una tartaruga sospinta da una vela, con il motto latino Festina Lente, per invitare il granduca e la classe dirigente di allora a operare fattivamente, anche se con giudizio e accortezza, nelle scelte di gestione della città e del Granducato. A maggior ragione, in tempi di democrazia, i cittadini di Firenze possono invitare i loro amministratori a pianificare il futuro della città senza farsi sedurre da trovate “futuristiche”, ma anche senza consegnare una Firenze totalmente museificata al turismo di massa, con il rischio che la città, invece di “salire”, cioè di progredire e di modernizzarsi, scenda negli inferi di un degrado urbano irreversibile.

Sergio Casprini

Pubblicato in : OpinioniTag: anni, architettura, classe dirigente, democrazia, firenze, futuro, lavoro, macchine, massa, medici, merito, mondo, palazzo vecchio, sostegno, stranieri

Info Sergio Casprini

Fiorentino, è laureato in architettura. Militante nei gruppi della sinistra rivoluzionaria (Potere Operaio), nei primi anni 70 inizia l’attività di insegnamento, prima nelle scuole medie e successivamente, abilitatosi in Storia dell’Arte, nelle scuole di indirizzo artistico. Con l’insegnamento prende progressivamente coscienza del suo ruolo professionale fuori da ogni logica ideologica, per cui si allontana dalle posizioni estremistiche di sinistra degli anni giovanili e si avvicina sempre di più a posizioni liberal-democratiche. E’ tra i fondatori, negli anni 80, della Gilda degli Insegnanti, associazione che cerca di tutelare la valenza professionale dei docenti e, nel dicembre 2005, del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. E’ vicepresidente del Comitato Fiorentino per il Risorgimento, del cui sito è direttore.

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