
Nel 1683, sotto le mura di Vienna, l’esercito ottomano venne respinto da una coalizione europea guidata da Giovanni III Sobieski: la carica della cavalleria alata spezzò l’assedio e fermò la spinta ottomana verso il cuore dell’Europa, mentre Karah Mustafà sognava di arrivare a Roma e far di San Pietro una moschea. Tre secoli dopo, l’11 settembre 2001, quattro aerei dirottati da al-Qaida colpirono gli Stati Uniti: le Torri Gemelle crollarono, il Pentagono fu colpito, quasi tremila vittime. Da allora sicurezza, intelligence e guerra non sono più le stesse.
Il fondamentalismo islamista conduce una guerra ibrida: attentati, cellule diffuse, propaganda digitale, droni e razzi low-cost, finanza opaca, lawfare, uso spregiudicato dei media. Stati Uniti e Israele lo stanno smontando pezzo a pezzo con un mix di strumenti: decapitazioni mirate delle leadership terroristiche, cooperazione d’intelligence profonda, cyber-operazioni che spengono comando, reclutamento e cassa, difese multistrato contro razzi e UAV, controllo di frontiere e tunnel, sanzioni che prosciugano i fondi, operazioni speciali chirurgiche e una comunicazione più rapida contro la propaganda. Nel frattempo, reti jihadiste provano a infiltrare il dibattito europeo cooptando frange rumorose che ripetono slogan vuoti e finiscono per farsi male da sole: fenomeno perlopiù folcloristico, senza peso reale sui rapporti di forza. Non finisce “una volta per tutte”, ma il modello ibrido vive di spazi liberi: quando reti, tecnologia e finanza si chiudono a tenaglia, la capacità offensiva crolla e resta soltanto rumore.
Piero Terracina

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