Premiato alla Festa del Cinema di Roma, uscito nelle nostre sale quasi sotto silenzio il 22 gennaio, qualche giorno prima del Giorno della memoria, visto grazie al più potente mezzo pubblicitario, il passa parola degli spettatori entusiasti, torna nelle nostre sale, grazie a tre premi Donatello, di cui uno per il miglior film, L’uomo che verrà di Giorgio Diritti.
Il film è recitato in dialetto, la lingua della comunità montana di Marzabotto, che fu quasi comletamente sterminata (nell’eccidio morirono più di 770 persone) negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, quando si scatenarono gli odi interni e i nazifascisti, durante la loro ritirata infierirono, non tanto contro partigiani veri o presunti, ma sulla comunità civile.
Il film è ovviamente sottotitolato e questo rende più difficile la sua fruizione da parte del pubblico non abituato alla visione di film sottotitolati, ma il regista, come nella sua prima opera Il vento fa il suo giro è solito affidare al dialetto il suo messaggio per la salvaguardia dell’identità culturale.
Attraverso gli occhi della piccola Martina, muta da quando le è morto il fratellino, vediamo e conosciamo gli affanni della comunità agricola, le difficoltà affrontate per la sopravvivenza, la decisione, da parte di alcuni giovani di costituire una brigata partigiana, lo sterminio.
Gli eroi in questo film non sono i combattenti, non sono i partigiani, che peraltro appaiono solo di sfuggita, gli eroi veri sono le donne, i vecchi , i bambini, che continuano a lavorare i campi dopo che i giovani si sono rifugiati sulle montagne, che hanno a che fare quasi quotidianamente con i tedeschi che razziano quello che trovano, con frequenti incursioni.
Nel film si respira il tempo dilatato su più piani, il tempo dell’attesa di Lena, la madre di Martina, che attende un bambino, appunto l’uomo che verrà, l’attesa stessa di Martina che, dopo che ha visto un fratellino morirle tra le braccia, aspetta un nuovo fratellino da cullare e proteggere, il tempo della strage ineluttabile.
Il film è asciutto e coinvolgente. Girando con la camera a mano, Diritti, in omaggio al maestro Olmi, cerca di rendere nelle scene, nelle inquadrature fisse, nei piani sequenza, i movimenti e le emozioni della comunità rurale; si concede solo un ralenti nella scena dell’esecuzione.
Non è revisionismo quello di Diritti ma è con lo sguardo forse non più innocente di Marina a causa della guerra, che condanniamo il destino del soldato tedesco che si è comportato in maniera più umana, freddato senza pietà dal giovane partigiano che, quando è partito con i partigiani, non voleva sparare. Su versanti opposti ma entrambi vittime della barbarie della guerra.
Un film non solo da consigliare, ma assolutamente da vedere. Un film da usare, quasi come libro di testo, nelle scuole per favorire la conoscenza, per aprire un dibattito serrato sulla nostra storia recente, un film per imparare, accettare e ricordare.
Perché la Storia non è qualcosa di astratto da leggere sui libri, la Storia non è fatta da grandi personaggi, da grandi eroi, da grandi delinquenti, la Storia è scritta sulla pelle delle persone, la Storia è quella fatta dai civili troppo spesso vittime innocenti. La Storia è quella che Martina potrà e dovrà raccontare al fratellino che riuscirà a salvare, la Storia è la nostra vita di ogni giorno, questo dovremmo ricordare tutti anche se oggi sembra tanto più comodo non ricordare, ma la memoria è il nostro salvacondotto per un futuro diverso.
Maria Rita Monaco
L’UOMO CHE VERRA’
Un film per conoscere e ricordare la nostra storia, un film da usare nelle scuole, quasi come un libro di testo. La guerra vista con gli occhi di una bambina. La memoria come lasciapassare per un futuro migliore.
<Di Maria Rita Monaco

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