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L’Italia tra Iraq e Libia

Sicurezza internazionale e interessi nazionali sono due obiettivi che in larga parte coincidono.

di Alessandro Marrone | 27 Dicembre 2015

Nel discutere su cosa può fare militarmente l’Italia per combattere il sedicente “stato islamico” , Isis, sarebbe utile ricordarsi di cosa già fa il Paese nei teatri di crisi mediorientali, e di come ogni intervento militare – in Iraq, Libia o Siria – debba essere inquadrato in una strategia politico-diplomatica e non ridursi a una mera accettazione di richieste alleate.

Le missioni italiane in Iraq, Libano e Afghanistan
Nel momento in cui la Francia ha chiesto agli alleati europei di contribuire maggiormente alla lotta contro il terrorismo fondamentalista e l’Isis, ha fatto notizia la decisione tedesca di inviare un contingente militare in Mali a sostegno delle operazioni francesi, stante la tradizionale ritrosia di Berlino a partecipare a missioni internazionali con un certo tasso di rischio.

Meno attenzione hanno suscitato le decisioni dell’Italia, prima e dopo gli attentati di Parigi, di confermare, ed in alcuni casi incrementare, una serie di impegni militari significativi, tanto per quantità e qualità dei contingenti dispiegati quanto per i rischi associati alla missione.

Partendo dall’Iraq, al centro dell’attenzione mediatica italiana per la diga di Mosul, attualmente operano circa 530 militari italiani nella missione Prima Parthica, contingente di cui a novembre è stato deciso l’aumento a 750 unità.

Sulla base delle risoluzioni Onu 170/2014 e 2178/2014 e della richiesta ufficiale del governo di Baghdad, la missione, inquadrata nella coalition of the willing a guida Usa addestra le forze di sicurezza irachene e curde, fornendo assistenza, soprattutto aerea, nel contrasto all’Isis.

Rimanendo nei teatri a tiro del “califfato”, dal 2007 l’Italia ha il comando della missione Unifil delle Nazioni Unite in Libano, forte di 11 mila truppe nella delicata posizione tra Israele, Hezbollah e quel che resta della Siria, schierando finora un contingente nazionale di circa 1.100 unità (contro i 62 militari tedeschi, 800 francesi e 600 spagnoli e zero britannici).

In Afghanistan, nell’ambito della missione Nato Resolute Support, l’Italia dispiega circa 830 unità come la Germania (la Gran Bretagna ne impiega 450 e la Francia zero) e continua ad assistere le forze di sicurezza afgane nel tenere testa a insorti e terroristi imbaldanziti dal ritiro del grosso delle truppe occidentali avvenuto nel 2014.

A questi tre impegni principali, si affiancano contributi italiani relativamente importanti in missioni internazionali di dimensioni più ridotte, dispiegate in altri teatri di crisi a rischio terrorismo fondamentalista, quali le missioni Ue di addestramento delle forze di sicurezza governative in Afghanistan, Mali e Somalia.

Il significativo contributo italiano fin qui descritto – sia in termini assoluti sia in proporzione ai principali Paesi europei, sia quanto a ruoli di comando e qualità degli assetti impiegati – ha mostrato grande continuità nonostante le sfide sul terreno e il costo in termini di risorse militari, economiche ed in alcuni casi di vite umane.

A conti fatti, in Libano sono stati dispiegati sotto bandiera Onu quasi novemila militari italiani in 8 anni, mentre in Afghanistan hanno servito nelle due missioni Nato oltre 45 mila connazionali in divisa nell’arco di 10 anni.

Come fare di più contro il “ Califfato”
È in questo contesto di sforzo significativo e costante di stabilizzazione anche con compiti di combattimento (senza contare le missioni ancora in corso nei Balcani o quelle di contrasto alla pirateria nel Golfo di Aden) che va misurato il “fare di più” da parte dell’Italia contro l’Isis.

Ma quella delle risorse già impegnate e realisticamente impegnabili, peraltro a fronte di ridotte spese per la difesa e dell’impiego di circa 4.800 militari nelle città italiane a sostegno delle già numerose forze di polizia, è solo una faccia della medaglia. L’altra faccia è quella della strategia al cui interno è utilizzato lo strumento militare che dovrebbe fissarne gli obiettivi politici e la cornice diplomatica affinché l’uso della forza abbia chance di successo.

Non occorre conoscere Clausewitz, secondo cui la guerra è la prosecuzione della politica con l’aggiunta di altri mezzi, per comprendere che senza un accordo tra le potenze regionali e le fazioni locali loro clientes, mediato e garantito dall’Occidente, il mero bombardamento aereo di obiettivi Isis, a Raqqa ieri o eventualmente a Sirte domani, è militarmente poco utile e politicamente molto dannoso.

Ciò non vuol dire per l’Italia tirarsi indietro quando la solidarietà europea viene invocata dopo gli attacchi di Parigi, ma significa piuttosto collocare la riflessione e la pianificazione riguardo un nuovo o maggiore impegno militare all’estero in un adeguato contesto politico-diplomatico, in modo da servire davvero la sicurezza internazionale e gli interessi nazionali.

Sicurezza internazionale e interessi italiani
Sicurezza internazionale e interessi nazionali sono due obiettivi che in larga parte coincidono, in quanto l’Italia trae beneficio diretto o indiretto da un quadro globale più sicuro e stabile, ma che non si sovrappongono completamente.

Ad esempio, è evidente che Libia e Mali sono due vulnus della sicurezza internazionale rilevanti per Roma, ma l’interesse nazionale italiano è molto più forte nel primo caso che nel secondo per motivi di sicurezza, economici, energetici, storici e geografici, e non basta la solidarietà alla Francia per invertire questo ordine di priorità.

Allo stesso tempo, non bisogna vedere i teatri di crisi della regione euro-mediterranea come isolati l’uno dall’altro, né dal punto di vista della minaccia – specialmente data la natura transnazionale dell’Isis e le dinamiche di competizione regionale – né della risposta, perché gli alleati Nato a cui Roma potrebbe chiedere appoggio per la stabilizzazione della Libia sono sostanzialmente gli stessi interessati ad un contributo italiano in Siria, Iraq o Mali.

La sicurezza nella regione euro-mediterranea è per l’Italia una questione tanto importante quanto complessa e articolata, rispetto alla quale il dibattito pubblico dovrebbe guardare alla luna e non al dito che la indica.

Pubblicato in : Primo pianoTag: afghanistan, anni, conti, crisi, euro, francia, germania, governo, gran bretagna, iraq, la germania, libia, missioni, nato, natura, notizia, paesi europei, parigi, polizia, punto di vista, roma, siria, sostegno, usa

Info Alessandro Marrone

Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa

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