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L’illusione della “inflazione controllata”

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi | 14 Marzo 2012

Per l’economia virtuale e astratta sarebbe consigliabile un bagno di realtà nella difficile vita quotidiana degli italiani. di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Sembra che nel governo Monti si sia insinuata l’idea della cosiddetta “inflazione controllata”. Quella idea cioè che per abbattere il debito pubblico si potrebbe “pilotare” un tasso di inflazione abilmente contenuto e controllato. Trattasi della nota teoria di Kenneth Rogoff, già capo analista del FMI e di Carmen Reinhart, i due economisti americani secondo i quali, per abbreviare il periodo di “doloroso deleveraging (riduzione del debito) e di crescita lenta” ci vorrebbe la spinta di una moderata e controllata inflazione del 4-6 % annuo per diversi anni.

In questa ottica si possono leggere le recenti impennate dell’inflazione degli ultimi mesi che, secondo i dati Istat, si è già assestata sopra la media annua del 3%.

In realtà, purtroppo, per i livelli di vita della stragrande maggioranza della popolazione, che lavora o che vive di precariato, di cassa integrazione o di pensione, il vero tasso di inflazione è ben maggiore!

Questa tendenza è accentuata anche dalla crescente ascesa dei prezzi della benzina e del gasolio che, si annuncia, potrebbero raggiungere i 2 euro al litro entro la prossima Pasqua.

E’ un’impennata dei prezzi che non ha paragoni e non è nemmeno spiegabile con gli andamenti dei prezzi del barile di petrolio sui mercati internazionali. Infatti, oggi che sono intorno a 120 dollari al barile si paga più di 1,85 al litro mentre nel 2008, quando il prezzo era di 150 dollari, il consumatore pagava un litro di benzina a 1,50 euro.

Come allora, e noi allora lo denunciammo, anche oggi c’è un’operazione speculativa in atto fatta di futures e di altri derivati finanziari che manovrano oltre 100 “barili di carta” per ogni vero barile di petrolio. E’ parte della speculazione sulle commodity che attira sempre la finanza selvaggia.

Certamente l’aumento delle accise e di altre tasse che lo Stato intende raccogliere per far quadrare i conti ha inciso parecchio. Ma ciò non spiega le forti variazioni di prezzo. Comunque è sconcertante la mancanza di adeguata attenzione e di interventi per bloccare tale spirale che sembra essere soltanto all’inizio di un percorso.

Dai dati raccolti nei settori colpiti dall’inflazione si stima che ogni punto percentuale di aumento del prezzo della benzina si traduce in un aumento dello 0,2% circa del tasso di inflazione. L’effetto sui prezzi degli alimentari e degli altri beni di consumo e dei semilavorati è diretto e depressivo anche perché l’88% del nostro trasporto commerciale è fatto su strada. Se poi si aggiunge l’aumento dell’Iva del 2% annunciato per ottobre, c’è il rischio che il 2012 diventi l’anno della grande inflazione e non quello della stabilità e della ripresa!

La base dell’analisi del prof. Rogoff è in verità interessante. Non siamo, dice, in una grande recessione ma in una Grande Contrazione, la seconda dopo quella degli Anni Trenta.

La distinzione non è puramente semantica. Per recessione, Rogoff intende una perdita di produzione e di posti di lavoro, che lui immagina potrebbe essere più velocemente risolta con politiche di stimoli e di interventi pubblici e privati di stile keynesiano.

Nella Grande Contrazione invece, oltre agli elementi recessivi menzionati, occorre aggiungere gli effetti di una tipica profonda crisi finanziaria che ha un effetto negativo sul debito e sul credito e un deleveraging che richiede molti anni di tempo per risolversi. Almeno 4 anni per raggiungere lo stesso reddito pro capite del periodo pre crisi, così sostiene l’economista americano.

Essendo l’economia globale finanziariamente sovra esposta, Rogoff ritiene inevitabile un trasferimento di ricchezza dai creditori ai debitori, attraverso i default, la “repressione finanziaria” o l’inflazione.

Se i default fanno paura per i loro possibili effetti sistemici, la “repressione finanziaria”, cioè l’introduzione di regole e controlli che sgonfiassero le bolle finanziarie, a cominciare da quella dei derivati Otc, è fallita in quanto il sistema bancario ombra e la finanza più speculativa hanno bloccato ogni tentativo dei governi di arrivare ad una nuova architettura finanziaria globale. Si pensi al sostanziale fallimento dei vari G20 tenutosi. Del resto lo dimostra il fatto che nel 2011 i derivati Otc hanno superato tutte le vette passate e immaginabili raggiungendo un valore nozionale di oltre 700 trilioni di dollari.

Quindi resterebbe la strada dell’”inflazione controllata”, più facile da far passare in quanto colpisce tutti e che può essere presentata come qualcosa di inevitabile, come un incontrollabile effetto della grande crisi.

In realtà giocare con il tasso di inflazione non è da persone responsabili. La storia ci dimostra che l’inflazione è un “animale imprevedibile” che all’improvviso può trasformarsi in una belva famelica. Chi gioca con essa lo fa con simulazioni al computer in cui si immettono moltissime variabili tranne l’eventuale fallimento del sistema stesso. Lo abbiamo visto con le simulazioni prima del crollo del fondo speculativo LTCM nel 1998 e poi, in misura ancora più devastante, con i sistemi computeristici usati per i mutui subprime.

Se nel governo Monti ci fosse qualche “ragazzo prodigio” del computer che crede che l’economia sia un processo virtuale e astratto, sarebbe opportuno che il Professore lo distolga da simili giochi per fare un salutare bagno di realtà nella difficile vita quotidiana dei cittadini italiani, delle famiglie  e delle nostre imprese.

Pubblicato in : Primo piano

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