Mazzini salutò l’Inghilterra dopo 25 anni d’esilio nel febbraio 1871 per far ritorno in Italia. La sua esperienza inglese resterà fondamentale. In un primo momento l’aveva criticata aspramente per le disuguaglianze sociali. Il paese in tutti quegli anni si era trasformato e Mazzini aveva apprezzato i progressi e l’emancipazione del suo popolo. Il movimento Cartista, cui era stato vicino, aveva contribuito alla crescita sociale di uomini e donne in un tessuto nazionale profondamente differente da quello italiano. Il popolo inglese, fin dal più umile, aveva a cuore il proprio paese. I politici erano perlopiù servitori e non padroni. La libertà di stampa valeva anche per i sostenitori delle idee repubblicane. Il “Times”, tuttavia, non era tenero con Mazzini e la sua “repubblica rossa”. I detenuti, anche quelli politici, non stavano in carcere senza processo come in Italia. Non esisteva il centralismo amministrativo, che l’Italia stava adottando dalla Francia. Cavour e Mazzini dissentivano su molte cose, in ogni modo non su tutto. Il primo era uno statista, il secondo un cittadino. Differenti erano gli strumenti per realizzare l’unità nazionale, come differenti era la concezione. Lo statista riponeva molta fiducia nei funzionari piemontesi, senza avere idea delle tante difficoltà nell’affrontare e governare il meridione. Si dimenticò l’esempio della Sardegna, che rimase, nel regno piemontese, una terra arretrata. Mazzini pensava all’iniziativa popolare come mezzo insurrezionale, rivoluzionario repubblicano; la monarchia poteva essere accettata e non era assolutamente un’idea da scartare. In fine, la diplomazia non era stata troppo efficace sull’imperialismo francese, cui aveva ricevuto la Lombardia e ceduto Nizza e la Savoia. Mazzini, quindi, non era contrario alle istituzioni, era avverso al fatto che votava poco più dell’uno per cento della popolazione. L’Inghilterra vittoriana e il primo ministro Gladstone vedevano di buon occhio l’Italia e la volevano abbastanza forte da riequilibrare i giochi in Europa. L’unità della penisola, però, doveva passare, anche, per altre vie. Per Roma, come per Venezia, la conquista avvenne per mano straniera dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan. Uscito dal carcere a Gaeta, quando per tornare in esilio Mazzini passò per Roma, non ne trovò conforto: la rivolta popolare era fallita. Cavour e la politica dei suoi successori, aveva vinto, ma aveva creato tutti i presupposti per quei difetti cronici che ancora caratterizzano l’Italia. La politica aveva imposto dall’alto l’unità della nazione. Mazzini morì a Pisa il 10 marzo sotto il falso nome di John Brown, poco prima che un anno fosse compiuto dall’unità d’Italia. Una grande processione popolare accompagnò il feretro fino al cimitero di Staglieno a Genova. Si è discusso della religione e Mazzini, della sua appartenenza alla massoneria. A questa non appartenne, ma ebbe intensi rapporti con logge che simpatizzavano per le idee repubblicane. Era avverso al machiavellismo, non a Machiavelli, “travestimento meschino della scienza d’un grande infelice”. Prima dei diritti credeva nell’adempimento dei doveri. Quelli dell’uomo verso l’uomo, non quelli del suddito. “I doveri dell’uomo” è il suo libro più riuscito scritto per gli operai italiani. Un altro nemico era il papato, temporale e ricco. Non era anticlericale, ma pensava che non ci fosse bisogno d’intermediari fra Dio e l’uomo. Ammirava Jan Hus, simpatizzava per Lutero. Non amava l’intolleranza religiosa e finiva le discussioni”Con un trattato di pace tacitamente concordato tra le parti”. La laicità, la libertà delle idee, l’agnosticismo religioso dello stato. Mazzini era contro lo statuto Albertino che faceva di quella cattolica una religione di stato. Su alcuni di questi ed altri argomenti religiosi, troppo legati alla metafisica, repubblicani come Carlo Cattaneo non erano molto d’accordo. Il milanese, però, aveva di Mazzini grande rispetto, ricordandolo in punto di morte.
Enrico Martelloni
L’EREDITA’ DI MAZZINI
di Enrico Martelloni Prima dei diritti credeva nell’adempimento dei doveri. Quelli dell’uomo verso l’uomo, non quelli del suddito. “I doveri dell’uomo” è il suo libro più riuscito scritto per gli operai italiani. Un altro nemico era il papato, temporale e ricco. Non era anticlericale, ma pensava che non ci fosse bisogno d’intermediari fra Dio e l’uomo.

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