Il periodo della Seconda Repubblica ha coinciso con una fase di declino costante del nostro sistema-paese. E’ dipeso dal sistema maggioritario della legge elettorale? E’ dipeso in parte anche da questo? O da un errato modo d’interpretarlo?

Poco più di un mese fa, in attesa della pubblicazione delle motivazioni, scrissi che la pronuncia della Corte Costituzionale relativa all’abrogazione del porcellum poteva soprattutto ingenerare il dubbio della sopravvivenza o reviviscenza di norme in grado di confermare il principio, anche in materia di legge elettorale, in base al quale poter disporre, in ogni tempo, di una normativa operante (sentenze C. Cost. nn. 32/93, 13/99, 15/2008).
La pubblicazione delle motivazioni chiarisce dunque essenzialmente che, in mancanza di un accordo politico e quindi di una maggioranza in grado di approvare un nuovo testo di legge in materia, è sempre possibile andare al voto con una legge elettorale, quale che sia, comunque sempre in vigore. E in definitiva, che oggi sia comunque possibile andare al voto con un sistema proporzionale puro a preferenza unica. Ovvero, con il sistema elettorale in vigore al termine della cosiddetta Prima Repubblica, introdotto con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946 e dopo essere stato approvato dalla Consulta Nazionale il 23 febbraio 1946. Agli albori, viceversa, della stessa Prima Repubblica.
La questione, che qui si pone, è allora se ci sia piuttosto una ragione, più che una o più motivazioni, in base alla quale il cambio di un sistema elettorale sia in grado di produrre, ancor più in generale, il cambio di un intero assetto di potere giuridico-costituzionale? E in particolare, oggi e qui da noi, un cambio originato dalla decisione dell’organo supremo di giustizia costituzionale, la cui valenza d’espressione andrebbe piuttosto soppesata parola per parola. Il cambio, di un generale ed intero assetto di potere; pur se, in materia di legge elettorale, il potere d’esercizio rimesso al Parlamento consente l’adozione di un testo attraverso la procedura ordinaria, e non costituzionale, di approvazione delle leggi.
Dopo la pubblicazione delle motivazioni, le reazioni politiche dei partiti sembra abbiano introdotto un clima di generale acquiescenza, un sostanziale accomodamento al dettato della Corte, che riporta in vita il sistema elettorale dell’intera Prima Repubblica. Una situazione, s’intende, rispetto alla quale potremmo facilmente essere smentiti. Se non altro per i tempi storici alquanto mutati. La qual cosa, tuttavia, richiede pur sempre la costituzione di una maggioranza politica. “Vecchia” o “nuova” che sia. In grado di cambiare il sistema. E, non solo elettorale; perché, a ben vedere, è in generale di questo che si tratta.
Il periodo della Seconda Repubblica, soprattutto nel corso del secondo decennio, ha coinciso con una fase di declino costante del nostro sistema-paese. E’ naturale e logico che tale fenomeno debba imputarsi a responsabilità, a volte anche difficili da individuare ma comunque riconducibili senz’altro in parte maggiore alla classe dirigente ed agli strumenti di cui essa stessa ha inteso avvalersi. A rischio di apparire fin troppo superficiale, direi soprattutto la legge dei sindaci e le norme sul preteso federalismo. Provvedimenti che, salvo rare eccezioni, hanno prodotto, e lo dico anche qui a rischio di apparire ancora una volta fin troppo superficiale nel giudizio, innanzitutto fuga dalle responsabilità individuali e sperpero di denaro pubblico.
E’ dipeso dal sistema maggioritario della legge elettorale? E’ dipeso in parte anche da questo? E se anche fosse, non potrebbe essere invece dipeso da un errato modo d’interpretarlo? E se anche così fosse, non potrebbe inoltre essere dipeso anche dalla cornice o quadro costituzionale, per così dire improprio, non confacente, nella quale è stato posto in essere? Senz’altro, si tratta di tutti dubbi legittimi. Sovrastati, in ogni caso, da una mancata assunzione di responsabilità, individuale e collettiva. Oltre che del coraggio necessario … altro che la legge elettorale.

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