
di Mario Del Pero
I malevoli sostengono che Henry Kissinger il suo fortissimo accento tedesco lo abbia deliberatamente preservato. Per proiettare quell’immagine – coltivata durante tutta la sua vita – di colto e sofisticato europeo prestato all’America per insegnarle la complessità della storia e le dure e imperiture leggi della politica di potenza. Si tratta probabilmente di una leggenda: il giovane Heinz Kissinger giunse negli Usa che era già quindicenne e, sopraffatto inizialmente da goffaggine, insicurezza e timidezza, pare abbia atteso molto tempo prima di usare la lingua del paese d’adozione, apprendendola tardi e, appunto, non riuscendo mai più a liberarsi dell’accento di origine. Lo scarto tra il vocabolario straordinariamente ricco di Kissinger, la sua prosa complessa e talora finanche oracolare e una pronuncia quasi caricaturale ci dice però molto di come Kissinger è stato rappresentato (e ha amato rappresentarsi) nel dibattitto pubblico statunitense. La fama che lo ha accompagnato – da accademico, studioso, uomo di stato e ricercato consigliere di molteplici principi e principesse (ultimi in ordine di tempo Hillary Clinton e Donald Trump) – è stata appunto quella del Metternich d’America: del ruvido e dotto bavarese capace di spiegare alla nuova, e innocente, superpotenza statunitense come agire sulla scena internazionale, abbandonando il suo intrinseco e ingenuo idealismo e confrontandosi realisticamente con le sfide che la storia le aveva posto di fronte. È un’immagine, questa, che Kissinger ha coltivato incessantemente. E che in realtà stride con la sua parabola, i suoi scritti e il suo operato come Consigliere per la Sicurezza Nazionale (dal 1969 al 1975) e Segretario di Stato (dal 1973 al 1977). Quella parabola ci mostra, sì, quanto centrale sia stata l’Europa nella retorica kissingeriana: Europa come passato dal quale gli Usa potevano trarre indicazioni e moniti su come agire nell’arena internazionale; Europa come partner, naturale ma subordinato, nella Guerra fredda; ed Europa come arena e cuore dell’antagonismo bipolare Usa-Urss. Ma c’indica anche come Kissinger sia stato un attore e protagonista pienamente statunitense: negli schemi e nel lessico utilizzati per descrivere e spiegare le relazioni internazionali contemporanee; nella propensione a seguire le voghe intellettuali e politiche, più che a contestarle e sfidarle; negli schemi – non di rado assai binari – utilizzati per definire cosa fosse e come andasse promosso l’interesse nazionale.
Kissinger è stata figura pubblica straordinariamente longeva. Tenuto ai margini dei centri decisionali durante le amministrazioni Kennedy e Johnson, ha dopo di allora consigliato quasi tutti i presidenti statunitensi. Presenza fissa in molte trasmissioni televisive, ha per molti decenni pubblicato con regolarità editoriali apparsi su vari quotidiani statunitensi, a partire dal Washington Post, e distribuiti in tutto il mondo. Giovanissimo pundit, affermatosi neanche 35enne con un libro (Nuclear Weapons and Foreign Policy, 1957) tanto controverso quanto dibattuto, Kissinger ha pubblicato una media di 3/4 libri per decennio, l’ultimo dei quali (World Order, 2014) uscito quando aveva già superato i 90 anni d’età. Eppure in questa sterminata – e citatissima – produzione è difficile se non quasi impossibile trovare una critica all’amministrazione in carica, una vera provocazione intellettuale, un’esplicita contestazione degli schemi, discorsivi e concettuali, egemoni nel periodo in cui questi scritti apparvero. A dispetto dell’accento, del look e, anche, della prosa, Kissinger è stato insomma sempre un uomo del suo tempo. Teorizzatore di guerre nucleari limitate e della necessità, quindi, di normalizzare l’arma atomica negli anni Cinquanta; convinto assertore di una (inesistente) superiorità missilistica sovietica e, di conseguenza, severo critico di quello che considerava essere l’appeasement di Mosca negli stessi anni; sobrio studioso di un’alleanza, quella atlantica, che considerava tanto naturale (storicamente e strategicamente) quanto fragile, nella decade successiva; sostenitore e protagonista di una politica di distensione con Cina e Urss nel periodo trascorso alla Casa Bianca; paradossale critico di queste politiche (e quindi di se stesso) in seguito. Gli esempi potrebbero continuare fino a tempi più recenti, quando ha avvallato l’intervento in Iraq di George Bush Jr con argomentazioni assai poco “realiste” e non dissimili da quelle utilizzate rispetto al Vietnam (l’intervento poteva essere pure stato un errore, affermò, ma aveva messo in gioco la credibilità degli Usa e il ritiro non era pertanto più un’opzione). O quando ha espresso apprezzamento finanche per Trump: un presidente, ha dichiarato, che potrebbe passare alla storia come “considerevole”.
Insomma, Kissinger è stato un europeo molto americano. Il suo conclamato realismo quasi mai lo ha indotto a contestare politiche contro i quali altri realisti invece si scagliavano, si pensi ad esempio alle critiche di Hans Morgenthau e George Frost Kennan alla guerra del Vietnam o a quelle, più recenti, di John Mearsheimer, Stepehen Walt, Barry Posen, Andrew Bacevich e altri contro l’intervento in Iraq. Più che un osservatore e un analista – degli Usa e della loro politica internazionale – Kissinger è stato insomma un loro eccentrico ma emblematico campione. Eccentrico, per la sua formazione storico-filosofica, per la sua scrittura ridondante e pleonastica, per il suo cinismo non di rado ostentato. Emblematico, perché ne ha invariabilmente (e spesso acriticamente) adottato gli assunti strategici consolidati, rimodulandoli retoricamente, ma guardandosi bene dal contestarne le premesse, anche quelle più dogmatiche e ideologiche. Fu, insomma, originale nella forma e convenzionale ai limiti del conformismo nella sostanza. E forse proprio in quello risiede la ragione del suo successo ultimo. È stato un facile bersaglio per i tanti che hanno fatto del Kissinger “criminale di guerra” un comodo e salvifico capro espiatorio, senza dover riflettere su quanto egli fosse esponente quintessenziale di un’epoca, di una generazione e di una visione ampiamente condivisa di come gli Stati Uniti dovessero agire sulla scena internazionale. Ha fatto sentire intelligenti generazioni di lettori (e di studenti), offrendo non di rado un curioso mix di opacità stilistica e piattezza concettuale. Ha in fondo incarnato, a modo suo, gli Usa e la loro politica estera post-Seconda guerra mondiale, inclusa quella connaturata ingenuità che ha spesso rappresentato il bersaglio dei suoi strali.
Mario Del Pero
Ispi Senior Associate Research Fellow

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