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King Trump? In piazza l’America che dice “no”

Dal No King’s Day alle piazze gremite, cresce il dissenso contro le iniziative di stampo autoritario portate avanti da Trump e la militarizzazione delle città democratiche. Le manifestazioni sono state particolarmente partecipate a New York, Miami, Washington DC e soprattutto Chicago, dove Trump ha intenzione di inviare la guardia nazionale e, dopo il no dei tribunali di grado inferiore, ha presentato ricorso alla Corte Suprema per avere il via libera. Il sindaco Brandon Johnson, ha detto alla folla che l’amministrazione ha “deciso di volere una rivincita della guerra civile” che la Confederazione suprematista bianca perse contro gli Stati dell’Unione nel XIX secolo.

di Alessia De Luca | 21 Ottobre 2025
Thousands of demonstrators march in the ‘No Kings’ rally in Times Square, Manhattan, NY on Saturday, October 18, 2025. (Photo by Cristina Matuozzi/Sipa USA)

L’America che dice “no” a Donald Trump è tornata a invadere strade e piazze del paese assicurandosi di non passare inosservata. Nella giornata di sabato, milioni di persone in tutti gli Stati Uniti hanno partecipato al ‘No King’s day’ per protestare contro l’attuale amministrazione e lanciando chiaro il messaggio che il Paese sta scivolando verso l’autoritarismo e che negli Stati Uniti non dovrebbero esserci nessun re. L’iniziativa – che avrebbe coinvolto oltre 7 milioni di persone in circa 2500 città nei 50 stati – è stata un successo senza precedenti, trasformandosi in una delle più grandi giornate di protesta nella storia degli Stati Uniti. Le manifestazioni sono state particolarmente partecipate a New York, Miami, Washington DC e soprattutto Chicago, dove Trump ha intenzione di inviare la guardia nazionale e, dopo il no dei tribunali di grado inferiore, ha presentato ricorso alla Corte Suprema per avere il via libera. Il sindaco Brandon Johnson, ha detto alla folla che l’amministrazione ha “deciso di volere una rivincita della guerra civile” che la Confederazione suprematista bianca perse contro gli Stati dell’Unione nel XIX secolo. “Siamo qui per restare fermi e impegnati a non cedere, non ci inchineremo, non ci rannicchieremo, non ci sottometteremo – ha detto Johnson – Non vogliamo truppe nella nostra città”. Quello relativo al dispiegamento dei militari nelle grandi città a guida democratica da parte del presidente è un tema che scuote da settimane i rapporti tra la Casa Bianca e i governatori locali, mentre le tensioni tra funzionari locali e agenzie federali continuano ad aumentare e le proteste contro le strutture e gli agenti dell’ICE, la polizia per il controllo dell’immigrazione, guadagnano slancio.

Manifestazione di “odio” verso gli Usa?

La tornata di proteste si verifica mentre il governo degli Stati Uniti si avvicina alla terza settimana di shutdown. Il Presidente della Camera Mike Johnson e altri importanti repubblicani hanno definito le proteste una “manifestazione di odio per l’America”,​​ affermando che i democratici le stanno usando come “teatro politico”. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha affermato che il gruppo elettorale del Partito Democratico è composto da “terroristi di Hamas, immigrati clandestini e criminali violenti”, mentre il governatore del Texas, Greg Abbott, ha annunciato che avrebbe inviato membri della Guardia Nazionale dello Stato – così come agenti di polizia statali, Texas Rangers e personale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza – ad Austin in risposta alle manifestazioni. In un’intervista rilasciata a Fox News, Trump ha lamentato che i manifestanti “si riferiscono a me come a un re, mentre io non sono un re”. Ma sabato mattina, mentre per le strade del paese centinaia di migliaia di persone sfilavano in corteo, lo stesso presidente ha condiviso un video creato con l’intelligenza artificiale che lo mostra, con tanto di corona in testa, a bordo di un jet militare che lancia letame sui manifestanti.

O reazione alla deriva autoritaria?

Diversi commentatori hanno osservato che le provocazioni del presidente sui social sarebbero meno sconcertanti se non fossero accompagnate da decisioni che alimentano le accuse di voler concentrare su di sé un potere assoluto. La grazia concessa all’ex deputato George Santos – dichiaratosi colpevole di frode e condannato a sette anni – è apparsa come l’ennesimo schiaffo a un sistema giudiziario brandito come arma politica per premiare gli alleati e colpire gli avversari. Poco dopo, Trump ha invocato l’incriminazione dell’ex direttore dell’Fbi James Comey e della procuratrice generale di New York Letitia James, entrambi finiti nel mirino federale nel giro di poche settimane. Un autoritarismo sempre più esplicito, che travalica i confini nazionali con l’annuncio di operazioni contro i cartelli della droga, definiti del Segretario alla Guerra Pete Hegseth “la Al Qaeda dell’emisfero occidentale”. Le promesse di “fare pulizia” si sono tradotte nell’equiparazione dei narcos a “terroristi” e nell’autorizzazione a eliminarli senza processo, ignorando l’autorità del Congresso sui poteri di guerra e collocando gli Stati Uniti in una pericolosa zona d’ombra giuridica. “Tutte queste persone sono state fatte saltare in aria senza che ne conoscessimo nemmeno il nome”, ha denunciato il senatore repubblicano Rand Paul, ammonendo che “se si vuole una guerra totale con il Venezuela, deve esserci una dichiarazione di guerra”. Le sue parole seguono la rivendicazione di Trump di aver autorizzato operazioni segrete della Cia nel paese latino-americano, alimentando i timori di un nuovo “regime change” contro il governo di Nicolás Maduro.

Un avvertimento per Trump?

Nei primi mesi dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, con il Partito democratico stordito dalla sconfitta e una popolazione rassegnata e incuriosita, Trump sembrava procedere per la sua strada senza incontrare ostacoli. Le cose, a quanto pare, sono cambiate. C’è un risveglio da parte dell’opposizione al tycoon e le proteste non sono l’unico segnale. Dalle università, dove centinaia di studenti hanno avviato campagne di boicottaggio contro le nuove regole imposte dalla Casa Bianca, ai media, dove la gran parte dei giornalisti accreditati al Pentagono ha rassegnato le dimissioni per protesta contro le norme che vietano l’uso di fonti non ufficiali e i segnali di rottura si moltiplicano. Persino all’interno delle forze armate emergono crepe: l’ammiraglio Alvin Holsey, capo del Comando Sud, si è dimesso dopo meno di un anno, ricordando di aver “giurato fedeltà alla Costituzione, non a un uomo”. E i sindaci democratici delle città in cui la Guardia nazionale è stata dispiegata si sono schierati apertamente contro la militarizzazione della vita pubblica. Tutto questo suggerisce che, mentre una parte dell’America continua a sostenere Trump e la sua visione, un’altra – sempre più ampia – non intende restare in silenzio. Le manifestazioni di questi giorni potrebbero così rappresentare non solo una reazione ai primi mesi di potere del nuovo presidente, ma la scintilla di una resistenza pronta ad avvampare alle elezioni di medio termine del prossimo anno.

Il commento

Di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po

“Il No King’s Day è stato un indubbio successo. Per la partecipazione di milioni di persone distribuite in migliaia di dimostrazioni in città grandi e piccole degli Stati Uniti. Per la natura pacifica delle proteste, fondamentale per evitare strumentalizzazioni e per rispondere alle accuse di voler fomentare la violenza che vengono dall’amministrazione. E per la dimostrazione di come la mobilitazione civica possa diventare un cruciale contropotere in una fase storica in cui quelli tradizionali faticano a contenere l’estensione strabordante delle prerogative della Presidenza. A patto, però, di saper tradurre questa mobilitazione in impegno politico, attivismo elettorale e quindi voti, a partire già da quello del 4 novembre prossimo per i governatori di New Jersey e Virginia. Di riempire le urne e non solo le piazze. Ovvero di riuscire a coinvolgere maggiormente non solo elettori e militanti democratici, ma anche quei tanti indipendenti e quei (pochi) repubblicani critici verso Trump e preoccupati oggi per la tenuta della democrazia statunitense”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: King Trump, New York, No Kin's day, usa in piazza

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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