Chi è il vero protagonista di Killer Joe? Uno sceriffo federale dal doppio lavoro? Una cenerentola un po’ sognane e all’apparenza tanto sciroccata? Una matrigna perversa? Anche ma non soloquesto. La vera protagonista è la solitudine, più violenta e più mortale delle tante pallottole che si sparano nel film. Un noir americano che arriva nelle nostre sale il 18 ottobre, con ben due anni di ritardo dal passaggio alla 67^ Mostra del cinema di Venezia, ma non un noir secondo i canoni. Ci sono sì corse e inseguimenti in automobile, sparatorie, morti, ma anche se Killer Joe è un titolo che ti fa pensare subito ad un giallo, fin dalle prime scene, dalla trama noir emerge una parvenza di humor e di cinismo che diventa sempre più funzionale nei confronti di una famiglia fuori da ogni canone.

Chris Smith, definito dall’attore che lo interpreta, (Emile Hirsch) un “fottuto bastardo” è un perdente. Fin dall’inizio il regista lo vuole così. La sequenza iniziale, completamente dedicata all’impari corsa tra Chris (che scappa a piedi) e i creditori (che lo inseguono con le moto) dà un’ impronta particolare a tutto il film dove la violenza si contamina con il noir e con la commedia ( il cane di famiglia abbia sempre e solo quando arriva Chris) e anche se decide di uccidere la madre, “regalare” la sorella, vendere droga al padre, il suo personaggio risulta tanto amorale quanto sfortunato; rovina tutto quello che tocca, crea guai a se stesso e agli altri, è talmente scalognato da sembrare quasi una vittima di se stesso.
Quando entra in scena Joe Cooper (Matthew McConaughey), sceriffo della contea di Dallas, killer a pagamento nei momenti liberi, sembra che tutto possa risolversi facilmente ma non tutto è quello che sembra.
Lo stesso regista definisce il film “una sorta di Cenerentola, in cui il principe azzurro è un killer”. Vediamo di capire perché.
Joe si innamora veramente di Dottie (Juno Temple) che non è poi quella svanita dolce e remissiva, come crede la famiglia. Quell’adolescente ingenua che ha avuto un unico fidanzato “…eravamo alle elementari, lui era grasso, non ci guardavamo e non ci parlavamo, lui non lo sapeva , ma eravamo legati dal nostro reciproco silenzio” , per la prima volta si sente speciale. Joe non alza mai la voce, chiede “per favore” ogni volta che rivolge la parola a Dottie. La elegge , al primo sguardo, come donna della sua vita, quella con cui vuole creare la famiglia che non ha mai avuto.
Sono due “alieni” le cui vite si intersecano per coronare un sogno. Dottie vuole andarsene, vuole lasciare il padre e la matrigna, è affezionata al fratello ma capisce che con lui non c’è vita e trova il suo principe azzurro nel killer cui viene offerta dai suoi parenti.
Joe diventa “strumento di giustizia” per la famiglia di Dottie e lo è soprattutto nei confronti di Sharia (la matrigna) in una scena, destinata a diventare cult, grandiosamente recitata da Sharia (Gina Gershon) e lo stesso Joe.
Una sceneggiatura perfetta quella di Tracy Letts, accompagnata da una colonna sonora tetra e rarefatta che rende il film ancora più godibile,
Tutta la famiglia di Chris è sfigata: ogni singolo componente ha un sogno: il padre vuole una vita tranquilla, Sharia vuole andarsene con i soldi e con il suo amante, Chris vuole saldare il suo debito, ma tutti sogni sono destinati a naufragare. Uno solo dei “sognatori” si salverà.
Letts, più volte candidato al premio Pulitzer e vincitore dello stesso nel 2008, ha adattato per il film la sua stessa opera teatrale allestita, dopo il debutto di Chicago, in 15 paesi e 12 lingue diverse. Presentato al festival di Venezia 2010, senza dubbio se il premio Osella per la miglior sceneggiatura fosse andato a questo film nessuno avrebbe trovato da ridire, ma la giuria non è stata dello stesso parere.

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