Lo slogan fu prodotto dal governo britannico nel 1939 agli albori della seconda guerra mondiale, con lo scopo di invogliare la popolazione a mantenere l’ottimismo e non farsi prendere dal panico in caso di invasione nemica. Tuttavia non fu mai usato, per cui poco noto.
Negli ultimi tempi questo slogan mi è sovvenuto e mi ronza nella testa.
Durante la pandemia, pensavamo di avere provato tutto, almeno la mia generazione, quella del dopoguerra. Nel bene e nel male. La ricostruzione, la ripresa, il boom economico e poi, negli anni 70, il terrorismo intramoenia seguito, dopo l’11 settembre, da quello extramoenia, insomma quello islamico. Abbiamo subito eventi tellurici devastanti, noi a Firenze l’alluvione. Insieme a tanti altri.
Eventi naturali contro i quali si può fare poco o nulla anche se spesso la mano dell’uomo ci ha messo del suo.
Ma la guerra, no, non era prevista e ci crogiolavamo quasi in una sorta di liquido amniotico protettivo. Io e i miei coetanei, o comunque tutti quelli vicini alla nostra generazione.
E così sono passati oltre 80 anni dall’ultima dichiarazione di guerra in occidente.
Siamo stati circondati, è vero, da eventi bellici più o meno vicini, dalla guerra fredda che induceva a scegliere fra USA e URSS. Ci si chiedeva se stavamo per l’uno o per l’altro Paese, noi europei ben piazzati al centro. I comunisti, allora, pro Unione sovietica , gli altri pro Stati Uniti d’America. Per quasi mezzo secolo. E, forse, proprio questo intervallo di tensione equilibrata, questo tiro alla fune che non si è mai spezzata, ci ha salvato. Poi la caduta del muro, che ha segnato un evento storico fondamentale.
Ne è passato di tempo. Non ci si pensava più a un conflitto reale. Almeno noi comuni mortali, sperando di averla fatta franca.
Ma all’improvviso ci siamo ritrovati in una atmosfera che non conoscevamo se non per averne sentito parlare, raccontare, da nonni e genitori. Dopo il 24 febbraio i media hanno accantonato l’argomento covid abbarbicandosi caparbiamente a quello bellico. Anche se, fortunatamente, per ora non ci colpisce direttamente.
Ma il nostro equilibrio psicofisico, già provato dalla pandemia, ha subito una botta notevole. Purtroppo la guerra la viviamo, almeno emotivamente e psicologicamente, anche se non in presenza. E a livello economico.
Ci riteniamo ovviamente fortunati, senza la paura dei bombardamenti.
Ma questa nebbia di timore dalla quale siamo avvolti, questo stato d’animo ansioso che considera la possibilità di un evento dannoso, che ci rincorre, non è da poco. L’incertezza di che cosa potrebbe accadere non è esattamente quel che ci si aspettava dopo la drammatica esperienza pandemica, per tanti tragica.
Dunque questo slogan sembra coniato per l’occasione. Perchè la storia scorre, pantha rhei, ma insegna poco o nulla. Tutto cambia in una sorta di alternanza di opposti. Ripreso poi dai corsi e ricorsi vichiani che rappresentano il cammino dell’umanità. Dal senso alla fantasia alla ragione e, poi, corrompendosi, ricadono in basso fino a una sorta di barbarie, per riprendere l’ascesa verso il ricorso alla civiltà. E ci si ritrova a dar ragione al pensiero parmenideo, parafrasando l’essere che è. E non può non essere. L’essere vero, la verità, rispetto all’opinione che porta alla conoscenza dell’essere apparente.
Speriamo di aver toccato il fondo.
No, si diceva, ormai l’abbiamo fatta franca. Speriamo che sia così. Intanto cresce l’aggressività di tanti se non di tutti. Non sempre si riesce ad avere una conversazione serena, anche fra amici, perfino con chi ha lo stesso nostro stesso pensiero. Il fraintendimento e il malinteso sono sempre in agguato. Dopo i contrasti del virus che ha diviso il paese, ora siamo a dissociarsi e scomporsi per gli effetti dell’informazione, anzi la disinformazja senza sosta che riceviamo sul conflitto in atto. Certo, non siamo costretti a seguire gli eventi ma è difficile non farlo.
“Keep calm and carry on”, dovremmo ripeterci quotidianamente, confidando in uno sprazzo di saggezza dei potenti della terra per far finire questo eccidio che si presenta interminabile, prima che diventi una tragedia universale. E arriva il famoso 9 maggio …
Carla Ceretelli

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