
e il metodo sano
per diventare numeri uno
La costruzione del campione è un processo articolato e complesso e come tutte le cose articolate e complesse non ha un solo livello di interpretazione: ne ha, a voler essere clementi, almeno due. Quello superficiale, legato al duro lavoro, al sacrificio e a tante altre cose buone e giuste e quello più profondo legato ad altri aspetti, talvolta più torbidi, come l’ossessione di primeggiare, l’incapacità di ammettere i propri errori, la forza di rinunciare agli affetti più cari.
Certo, questa è la lettura di noi commentatori che conduciamo esistenze più prosaiche delle loro e potrebbe quindi essere viziata da un pizzico di legittima invidia. Ma è anche vero che quando i grandi campioni vengono intervistati, tra le pieghe delle loro parole, emerge sempre il lato oscuro del personaggio: ne è un esempio la serie TV Netflix del 2020 “The last dance” che ci restituisce un Michael Jordan molto meno simpatico di come ce lo ricordavamo.
Eppure, in nessuna delle innumerevoli interviste fatte a Jannik Sinner dopo la vittoria storica della Coppa Davis (che, tra l’altro, mancava all’Italia da 47 anni) è possibile rintracciare un’ombra di quel lato oscuro: ogni risposta conferma il profilo del bravo ragazzo che si era visto sul campo e mostra gli effetti benefici di uno sport sano che ci sembravano plausibili solo nelle pubblicità progresso. Le ipotesi a questo punto sono due: o il ragazzo ha un ufficio stampa da Premio Pulitzer nunc et semper, o è effettivamente un modello nuovo di atleta. Una sorta di alieno catapultato nel nostro mondo con l’obiettivo di capovolgere la narrazione dominante sui campioni. Catapultato, nello specifico, nel mondo del tennis. Lo sport in cui gli atleti, inseriti in quella gabbia spazio-temporale che è il campo e nella ricerca costante del gesto perfetto, finiscono per avvicinarsi sempre più alla sfera divina: l’ha spiegato meglio di chiunque altro David Foster Wallace in “Il tennis come esperienza religiosa”. Una via di mezzo tra pugilato e scacchi: vince chi ha più forza e più astuzia.
Vince chi primeggia in tutto, e non è un caso che, al momento, quello che può essere considerato senza grossi patemi il più grande di tutti i tempi nel tennis è quel Novak Djokovic che ha spesso mostrato tutti i chiaroscuri del suo primato. L’abbiamo visto infuriarsi con gli arbitri, cacciare dagli spalti i membri del suo team, chiedere scusa ad amici e parenti per il suo comportamento nelle settimane dei tornei importanti, prendersi toilet break, considerati strategici dai più, nei momenti di difficoltà e, ovviamente, spaccare un numero spropositato di racchette. Un maestro nella costruzione e conseguente distruzione del nemico: resta impressa nella memoria degli italiani, soprattutto di quelli presenti alle ATP Finals di Torino, la scena ricca di pathos in cui orchestra i fischi del pubblico diretti a lui e poi va a sollevare il trofeo tra gli applausi. È innegabile la meravigliosa presenza scenica, ma è immediato il dubbio che sorge: è forse questo l’unico modo per diventare numeri uno?
Jannik Sinner numero uno non lo è ancora diventato, ma pare che ci stia provando seguendo un percorso non ancora battuto dai suoi predecessori. Il rapporto con gli attuali coach Simone Vagnozzi e Darren Cahill è idilliaco: entrambi ne elogiano la pazienza e la magnifica etica del lavoro in ogni occasione. Anche l’ex coach Riccardo Piatti, ogni volta che può, spende parole dolci per Jannik e si è anche premurato di difenderlo dagli attacchi mediatici sul presunto scarso attaccamento alla maglia della Nazionale. Il legame con la famiglia, con gli affetti più cari ce lo racconta bene la settimana del torneo ATP 500 Vienna durante la quale ha fatto colazione tutti i giorni con i genitori riconoscendo la cosa come una delle mosse che l’hanno condotto alla vittoria del trofeo. Mentre sul rispetto del pubblico e dell’avversario si potrebbe dire tanto, ma basta ricordarsi di quella risata spontanea e contagiosa dopo aver preso una pallata in testa partita a circa 100 km/h dal dritto di Tallon Griekspoor durante il match di doppio tra Italia e Olanda. In quel caso l’atmosfera da tesa è diventata distesa: un enorme regalo per chi gioca e per chi assiste. La logica conseguenza di tutto questo è il “Fan’s favourite” agli ATP Awards 2023.
Debellato il rischio di ipercompetitività, resterebbe la proverbiale altra faccia della medaglia da analizzare, ossia quella che gli esperti chiamano nikefobia. Ovviamente nike va letto “alla greca”, perché all’inglese ricorderebbe lo sponsor milionario del nostro beniamino nei confronti del quale ha tutt’altro che paura. Si tratta della paura di vincere, affligge gli atleti anche ad alti livelli e, va da sé, è un ostacolo abbastanza spiacevole per chi ha in programma di diventare numero uno al mondo. Va detto che il braccio di Sinner ha dimostrato di tremare ancora un pochetto nelle partite importanti, ma la paura di vincere si nutre per lo più del rapporto malsano che l’atleta può avere con l’errore compiuto. Si annida nelle proiezioni più pessimistiche di un futuro tutto sbagliato. Si dissolve invece difronte a un concetto molto semplice che Sinner ha ripetuto come un mantra in molte interviste dell’ultima stagione: o vinco, o imparo. In fin dei conti, solo schivando il rimuginio su quanto fatto di sbagliato si possono annullare tre match point al giocatore più forte di sempre, solo salvando quanto fatto di buono si possono vincere tre partite di fila contro Daniil Medvedev, l’ostico russo ex numero uno al mondo, dopo averne perse ben sei su altrettante sei giocate. Non si diventa i migliori di tutti non sbagliando mai, ma non facendo mai passi indietro dopo averne fatti un paio in avanti.
Continuare ad avanzare è un concetto calzante per Jannik Sinner e il suo personalissimo sogno, ma – a ben guardare – c’entra parecchio anche con carriere meno pirotecniche della sua. Per questo motivo, la stagione tennistica che sta per arrivare potrebbe rivelarsi estremamente interessante anche per chi di tennis non si è mai interessato. Glielo auguriamo, ce lo auguriamo.
Francesco Lella

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